Manager attempati, in Trentino e Lombardia sono più giovani

 Aziende  Commenti disabilitati su Manager attempati, in Trentino e Lombardia sono più giovani
Ott 172018
 

Oltre la metà dei circa 106 mila dirigenti delle imprese italiane ha più di 50 anni, precisamente il 57%. I manager italiani non sono proprio giovanissimi, con la punta più alta di manager senior nel Molise, in cui arrivano al 73%. In Lombardia e Trentino Alto Adige invece mediamente sono più giovani.

È quanto emerge da un’analisi di DAS, la compagnia di Generali Italia specializzata nella tutela legale. Nella ricerca emerge anche però che meno dell’1% (0,89%) dei lavoratori dipendenti delle imprese italiane risulta ricoprire questo di manager, con una concentrazione più elevata in Lombardia (1,6%, quasi 48mila), Lazio (1,1%, oltre 16mila) e Piemonte (1,04, poco meno di 10mila). Una percentuale ancora più bassa in Calabria (0,12%), Basilicata e Molise (0,13 ciascuno).

In Lombardia il 47% dei manager ha meno di cinquant’anni

Secondo quanto rilevato dallo studio, dopo il Molise sono la Sardegna (69%), l’Umbria e la Valle d’Aosta (entrambe 67%), le regioni italiane con la percentuale più alta di dirigenti over 50. Mentre i dirigenti che non superano i 49 anni sono più numerosi in Lombardia (47%) e in Trentino Alto Adige (43%). Al terzo posto ci sono le Marche (42%), e al quarto, con una quota del 40% ognuna, il Friuli Venezia Giulia, il Lazio e il Piemonte.

Solo il 15% dei dirigenti è di sesso femminile

DAS ha rilevato che quasi la metà (45%) dei dirigenti italiani lavora in Lombardia, e poco più del 15% nel Lazio. La loro presenza è abbastanza significativa anche in Emilia-Romagna (9%) e in Veneto (7%). Ma quanto a “quote rosa” nel nostro Paese solo il 15% dei dirigenti è di sesso femminile. La percentuale di donne dirigenti sale al 19% in Basilicata, e si attesta al 17% in Lombardia e nel Lazio.

Quando il dirigente “sbaglia”

“Con sempre maggiore i dirigenti sono chiamati in causa per responsabilità penali e civili frequenza”, spiega Roberto Grasso, amministratore e direttore generale di DAS. E nel 40% delle sentenze è stata riconosciuta la responsabilità degli amministratori. Di fronte a questo scenario, e partendo dall’analisi di quelle che sono le principali violazioni in cui incorrono queste figure professionali, DAS ha creato la polizza Difesa Manager.  Uno strumento che offre l’assistenza legale necessaria per difendersi di fronte a procedimenti penali, civili e amministrativi. Sotto il profilo penale il rimborso delle spese è garantito purché non vi sia una sentenza definitiva di condanna.

ShareShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

Umani troppo umani: anche i robot mentono, e avranno pregiudizi

 Attualità  Commenti disabilitati su Umani troppo umani: anche i robot mentono, e avranno pregiudizi
Set 262018
 

I robot diventano sempre più umani, imparando a imitare il nostro comportamento in maniera sempre più elaborata. Nel bene, ma anche nel male. Si, perché dopo aver imparato a mentire, a bluffare a poker, e a ragionare come uno psicopatico, in futuro potrebbero diventare anche vittime di pregiudizi. Potrebbero infatti farsi condizionare da informazioni errate apprese in modo autonomo da altre macchine, senza alcun intervento dell’uomo.

A delineare questo scenario preoccupante, che mette in allerta gli “addestratori” di intelligenza artificiale, è lo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports dai ricercatori dell’università britannica di Cardiff e del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston.

Uno studio che simula interazioni sociali fra AI

“Questo nuovo studio è un lavoro teorico che, attraverso modelli matematici, prova a simulare delle interazioni sociali fra individui, a prescindere che siano robot o umani. Quello che dimostra – spiega Giorgio Buttazzo, docente di ingegneria informatica dell’Istituto TeCIP (Tecnologie della Comunicazione, Informazione, Percezione) della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa – è che quando la comunicazione e lo scambio di informazioni avviene tra piccoli gruppi, è più facile che si formino delle conoscenze falsate; se invece la comunicazione è estesa a molti gruppi, e quindi l’informazione arriva da più fonti, cala il rischio di avere pregiudizi”.

I robot del futuro saranno anche razzisti?

Sebbene i risultati possano far immaginare anche futuri robot “razzisti”, pronti a snobbare ed escludere l’uomo, per fortuna”questi scenari appartengono ancora al mondo della fantascienza: al momento l’intelligenza artificiale non è in grado di formarsi dei pregiudizi in modo autonomo”, rassicura Buttazzo,

Questi risultati però saranno molto utili in futuro, perché in ambito informatico si stanno sviluppando sistemi basati su enti autonomi che “girano in Rete per acquisire informazioni con cui costruire conoscenza: al momento non sono ‘intelligenti’, ma fra 30-40 anni lo scenario sarà diverso”, continua Bottazzo.

Un monito per i ricercatori che sviluppano tecniche di apprendimento per l’AI

Lo studio rappresenta quindi un monito per i ricercatori che sviluppano le tecniche di apprendimento per l’intelligenza artificiale, riporta Ansa. “Quando avremo a che fare con sistemi intelligenti e robot che apprendono autonomamente scambiandosi informazioni – sottolinea Buttazzo – dovremo fare molta attenzione a come metterli in comunicazione fra loro, perché potremmo perderne il controllo, soprattutto considerando che l’intelligenza artificiale è destinata a superare quella umana nel giro di pochi anni”.

Per prevenire questo rischio, è quindi necessario capire le strategie migliori per addestrare le macchine, e fornire loro non solo pura conoscenza, ma anche regole etiche.

ShareShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

Il 75% dei ragazzi italiani pronto ad andare all’estero per trovare lavoro

 Attualità  Commenti disabilitati su Il 75% dei ragazzi italiani pronto ad andare all’estero per trovare lavoro
Lug 312018
 

I giovani italiani sono sempre più propensi ad andare all’estero, con l’obiettivo di trovare possibilità migliori che in patria, a cominciare dal lavoro. Il 75% degli under 30, infatti, afferma di aver preso in considerazione l’idea di trasferirsi all’estero. Numeri molto diversi per la media di tutti gli italiani (e quindi di ogni fascia di età): in quattro anni è invece scesa dal 59 al 55%. Insomma, sono i ragazzi i nostri connazionali più motivati a “traslocare” oltreconfine. Ma dove?

Regno Unito in prima posizione

Il Regno Unito oggi si conferma la destinazione preferita dagli italiani, e si colloca al primo posto della top ten dei Paesi in cui trasferirsi seguita da Stati Uniti, Germania, Svizzera, Spagna, Francia, Australia, Canada, Paesi Bassi e Svezia (che entra nella classifica). L’Italia, invece, si mantiene al nono posto tra i Paesi preferiti dagli stranieri per cercare lavoro, apprezzata in particolare da chi ha alta scolarità, mentre tra le donne sale addirittura all’ottavo posto.

I dati di Decoding Global Talent 2018

Queste sono alcune delle indicazioni emerse dal “Decoding Global Talent 2018” di The Boston Consulting Group, la più ampia indagine mondiale sulle persone in cerca di lavoro che ha intervistato oltre 360.000 individui in 197 Paesi. Tra le ragioni che hanno ridotto la disponibilità a spostarsi, le regolamentazioni più severe nelle principali destinazioni, come Regno Unito e Stati Uniti, il miglioramento dell’economia in paesi precedentemente molto mobili, ad esempio l’Europa centrale e dell’Est, e la globalizzazione del lavoro.

I paesi con la maggiore mobilità

L’analisi evidenzia come ci siano paesi che registrano un aumento della mobilità del 10%. Sono Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Canada, Brasile e India. In generale, le donne sono meno entusiaste alla prospettiva di espatriare, mentre i giovani e chi ha forti competenze digitali è molto più motivato della media. Rispetto allo studio del 2014, a livello globale cambiano i luoghi visti come più “accoglienti” da chi pensa di spostarsi per lavoro: gli Stati Uniti sono ancora in testa alla classifica, la Germania ruba il secondo posto al Regno Unito (che passa dal 2° al 5° posto, forse a causa della Brexit), seguita da Canada e Australia. La Svizzera scende dal 5° all’8° posto.

Londra resta la città più appealing

Per quanto riguarda le metropoli più attrattive, Londra resta in pole position (“il marchio città si differenzia dal marchio Paese” spiega l’analisi), seguita da New York e Berlino. Abu Dhabi e Dubai diventano più attraenti, Hong Kong entra nelle migliori 30. I primi fattori di interesse per le persone che cercano un lavoro rimangono la cultura, le relazioni, l’equilibrio tra vita personale e professionale, lo sviluppo inteso come avanzamento di carriera e apprendimento e la sicurezza, sia del posto di lavoro che dell’azienda. Il salario si trova solo all’8° posto.

Paese che lasci esigenze che cerchi

Le differenze sono però sostanziali a seconda delle aree geografiche. “Il mondo occidentale è più concentrato sulle relazioni e sul work-life balance, mentre i Paesi in via di sviluppo sono più attenti all’apprendimento e alla carriera; alcune regioni danno priorità alla retribuzione (ad esempio la Russia, l’Ucraina), mentre per diversi Paesi asiatici come l’Indonesia è più importante la sicurezza del posto di lavoro” spiega la nota pubblicata da AdnKronos.

ShareShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

“Decreto dignità” e precariato dei lavoratori: secondo le Associazioni, un ritorno agli anni sessanta

 Aziende  Commenti disabilitati su “Decreto dignità” e precariato dei lavoratori: secondo le Associazioni, un ritorno agli anni sessanta
Lug 232018
 

D’ora in poi, il rinnovo del contratto di lavoro a tempo determinato potrà avvenire solo a fronte di esigenze “temporanee e limitate”. Lo stabilisce il nuovo Decreto Dignità proposto da Luigi Di Maio, vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali, dividendo l’opinione pubblica e alterando gli umori delle Associazioni in materia di misure anti-precariato.

Lente d’ingrandimento sul Decreto dignità

Le aziende che ricevono aiuti dallo Stato non potranno delocalizzare per 5 anni, pena una multa – con interessi del 4% – da due a quattro volte superiori agli aiuti ricevuti. E, a macchi d’olio, si diffonde una forte perplessità.  Secondo quanto previsto dal provvedimento, fatta salva la possibilità di libera stipulazione tra le parti del primo contratto a tempo determinato non superiore a 12 mesi, l’eventuale rinnovo sarà possibile solo a fronte di esigenze “temporanee e limitate”.

Oggetto delle maggiori obiezioni sono le causali specifiche per i quali, inoltre, è predetto un aumento del contributo addizionale pari dello 0,5% a carico del datore di lavoro, attualmente fissato all’1,4% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali.

Come spiega l’avvocato Fabrizio Daverio, socio fondatore dello studio legale Daverio & Florio, specializzato nel diritto del lavoro e nel diritto della previdenza sociale: “L’azienda è tenuta nuovamente a fornire, ad esempio per il ‘rinnovo’, le motivazioni per l’impiego di lavoratori a termine, con evidenti complicazioni e disagi a livello organizzativo (…) L’obiettivo di ridurre il precariato è di per sé lodevole ma la strada scelta è sbagliata soprattutto la tecnica delle ‘causali’ anni ’60, per le quali il lavoro a termine vale solo per circostanze straordinarie ed eccezionali, da specificare, è pericolosa”.

Lacune e scetticismo

Stando a Daverio “si tratta di un ritorno al passato. L’esperienza storica ha dimostrato che le causali sono un grande ostacolo per le aziende e una fonte di contenziosi e di grovigli inestricabili, oltre a essere un’opzione obsoleta. Il contratto a termine produce lavoro vero, che sfocia per lo più, da solo, nella stabilizzazione”.

Dello stesso parere le varie Associazioni, fra cui Confesercenti, che incalza la previsione negativa: “Il passo indietro sulle causali è assolutamente controproducente. Oltre che rendere più rischiose le assunzioni, crea un clima di incertezza e porterà a un inevitabile aumento dei contenziosi”.

Concorde anche Federalberghi, nel titubare sul Decreto Dignità. Secondo il presidente della federazione Bernabò Bocca: “Una cosa è certa: si illude chi crede che questo provvedimento genererà anche un solo nuovo contratto a tempo indeterminato (…). Durante la stagione estiva lavorano nel settore turismo più di mezzo milione di persone assunte a tempo determinato, da oggi esposte ad una grande incertezza.

A voler tirare le somme sul “Decreto Di Maio” anche il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara: “Limitare il lavoro precario attraverso un ritorno al passato con le proroghe dei contratti a termine, con le sue causali e, soprattutto, prevedendo una maggiorazione dei costi previdenziali a ogni proroga, se da una parte va nella direzione di far crescere il costo del lavoro a termine rispetto a quello a tempo indeterminato, dall’altra contribuirà non poco a far riemergere il contenzioso sugli stessi contratti a termine e a scoraggiare le imprese ad assumere”.

ShareShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

Allarme e-banking via mobile: scoperto nuovo malware

 Aziende  Commenti disabilitati su Allarme e-banking via mobile: scoperto nuovo malware
Lug 022018
 

Si chiama MysteryBot, ed il nuovo trojan bancario che minaccia i dispositivi mobili Android. A quanto rilevano i ricercatori della società di sicurezza olandese ThreatFabric (ex SfyLabs), MysteryBot presenta numerosi aspetti già conosciuti con LokiBot, un virus simile, che presenta in parte lo stesso codice e condivide il medesimo server C&C. Il nuovo malware presenta infatti le funzionalità di base del predecessore, si legge sul sito del Cert, Computer Emergency Response Team, “anche se le tecniche impiegate sono state aggiornate per garantirne la compatibilità con le versioni più recenti del sistema operativo Android (7 Nougat e 8 Oreo)”.

Ma che si tratti di una evoluzione di LokiBot, o di un nuovo malware creato dagli stessi autori, al momento MysteryBot appare in fase di sviluppo e non è ancora molto diffuso.

Una falsa app Adobe Flash Player

Per quanto riguarda l’overlay, la tecnica che consente al virus di mostrare all’utente false schermate di login di un gran numero di app bancarie, gli autori di MysteryBot hanno trovato il modo di “sincronizzare la comparsa di queste schermate con l’istante in cui l’utente lancia l’app bersaglio e la porta in primo piano”, riferisce Adnkronos. Una volta attivo sul dispositivo colpito, “MysteryBot si presenta come una falsa app Adobe Flash Player: in figura viene mostrato il malware elencato tra le app che richiedono l’accesso alle statistiche di utilizzo. Una volta che l’utente concede inconsapevolmente tale autorizzazione, il malware è in grado di svolgere le sue attività”.

MysteryBot agisce su più di 100 applicazioni bancarie

MysteryBot è in grado di falsificare più di 100 applicazioni bancarie di diversi Paesi, tra cui Australia, Austria, Germania, Spagna, Francia, Croazia, Polonia e Romania, oltre ad alcune app molto diffuse come Facebook e WhatsApp. Al momento, sottolineano gli esperti, “non risultano coinvolte banche italiane”.

Per quanto la funzionalità di keylogger MysteryBot cerca di indovinare i tasti premuti sulla base della dimensione e della posizione sullo schermo della tastiera virtuale utilizzata. Per fortuna questa funzionalità non è ancora pienamente sviluppata, in quanto “i dati raccolti non vengono usati in alcun modo, né inviati ai server”, si legge sul sito.

Un ricatto virtuale

Inoltre, MysteryBot include una funzionalità di ransomware. “Il trojan tenta di bloccare l’accesso ai file dell’utente memorizzati nello storage esterno, archiviandoli individualmente in file ZIP protetti con password e cancellando gli originali. La password è la stessa per tutti gli archivi e viene generata dinamicamente dal malware durante l’esecuzione”. Una volta terminata la cifratura, viene presentata una schermata di dialogo in cui l’utente viene accusato di aver visionato materiale pedopornografico, e per ottenere la password di accesso ai file cifrati la persona colpita è invitata a contattare gli autori a uno specifico indirizzo email

ShareShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

Enea promuove le smart city

 Blog  Commenti disabilitati su Enea promuove le smart city
Mag 312018
 

Enea promuove il passaggio dalla discussione teorica sulle smart city alla sua applicazione pratica. E con il primo Tavolo di Convergenza Smart City and Community l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, ha l’obiettivo di favorire una riorganizzazione dei processi di gestione dei contesti urbani e territoriali in chiave digitale.

L’iniziativa, alla quale partecipano i principali attori del processo nazionale d’innovazione urbana, coinvolge, tra gli altri, Presidenza del Consiglio, Consip, Confindustria Nazionale e Agenzia per l’Italia Digitale.

Realizzare un percorso di trasformazione smart dei contesti urbani e territoriali

“Nello sviluppo di queste nuove realtà cittadine è fondamentale condividere un linguaggio comune per individuare, gestire, elaborare e valutare quei dati strategici alla gestione delle infrastrutture fornitrici dei principali servizi urbani”, spiega Nicoletta Gozo, ricercatrice Enea della Divisione Smart Energy.

Si tratta quindi di sviluppare e condividere modelli gestionali, standard, protocolli di trasmissione, specifiche tecniche, piattaforme e indicatori di prestazione per realizzare un percorso di trasformazione dei contesti urbani e territoriali, riporta Askanews. E il progetto Convergenza Nazionale Smart City and Community, è “un punto di partenza fondamentale per l’avvio del processo di innovazione e rigenerazione urbana in chiave smart”, aggiunge  Gozo.

Come rendere città e territori più smart?

“Città e territori – continua Gozo – diventano smart se si consolida una stretta collaborazione tra i principali attori dei processi gestionali e d’innovazione urbana e il mercato nella sua eccezione più ampia. Modelli gestionali, specifiche tecniche, standard e protocolli oltre che strumenti, azioni e tecnologie abilitanti contribuiscono a delineare il percorso, una vera e propria roadmap verso la smart city, con un kit di supporto agli amministratori, cioè una sorta di ‘cassetta degli attrezzi’ nella quale si possono trovare gli strumenti utili per il comune coinvolto”.

La maggior parte delle città gestisce ancora i servizi strategici in assenza di condivisione

Oggi la maggior parte delle città gestisce i servizi strategici come illuminazione, acqua, elettricità e gas, rifiuti e mobilità tramite le cosiddette utility in modo del tutto autonomo. Ma in “assenza totale di condivisione – sottolinea Gozo – e valorizzando poco la strategicità della grande quantità di dati potenzialmente in loro possesso”.

Il percorso tracciato da Enea “si preannuncia quindi lungo e complesso – continua Gozo – e si articolerà attraverso una roadmap di cui si iniziano a intravedere i primi passi”.

E un primo passo è costituito da SmartItaly Goal, il primo documento programmatico della roadmap nazionale.

ShareShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

I servizi web dell’Agenzia delle Entrate ora sono Spid

 Attualità  Commenti disabilitati su I servizi web dell’Agenzia delle Entrate ora sono Spid
Apr 232018
 

Da oggi tutti i servizi web dell’Agenzia delle Entrate fanno parte del sistema Spid, la chiave unica di accesso alla Pubblica Amministrazione. Nato nel marzo 2016, e utilizzato già da 2,3 milioni di persone, Spid è il sistema di autenticazione che permette a cittadini e imprese di accedere ai servizi online della Pubblica Amministrazione e dei privati aderenti con un’identità digitale unica. Tutto il fisco, insomma, sarà a disposizione degli utenti con un semplice clic.

Utilizzare i servizi online di oltre 4mila Pubbliche Amministrazioni direttamente dal pc di casa

Niente più code agli sportelli, quindi, perché registrare un contratto di locazione, consultare i dati catastali, visualizzare la propria posizione nel cassetto fiscale, ora sarà più semplice, sicuro e veloce. Ovviamente da casa propria, collegandosi a internet dal pc.

Ma di cosa si tratta? L’identità Spid è costituita da credenziali, nome, utente e password, che vengono rilasciate all’utente da un gestore di identità digitale e che permettono l’accesso a tutti i servizi online. In questo modo ogni cittadino, connettendosi da computer, può utilizzare i servizi erogati online da oltre 4mila Pubbliche Amministrazioni, riporta Adnkronos.

Come si richiedono le credenziali Spid

Per ottenere le credenziali Spid basta aver compiuto 18 anni ed essere in possesso di un indirizzo e-mail, un numero di telefono, un documento di identità valido e la tessera sanitaria con il codice fiscale. Occorre poi scegliere uno degli 8 gestori di identità digitale (Identity provider), tra cui Aruba, Infocert, Poste, Sielte, Tim, Register.it, Namirial, Intesa, e registrarsi sul loro sito seguendo i vari step per l’identificazione. Tutte le modalità di registrazione e tutte le possibilità per poter ottenere Spid sono disponibili sul sito http://www.spid.gov.it/richiedi-spid.

I dati degli utenti sono al sicuro, e non verranno utilizzati a scopo commerciale

Gli Identity Provider non possono utilizzare i dati personali dell’utente, né cederli a terze parti, senza autorizzazione da parte dell’utente stesso. Al momento della registrazione, infatti, dovranno essere esplicitamente distinti i dati necessari all’ottenimento dell’identità digitale Spid dalle ulteriori informazioni, non obbligatorie, che il gestore di identità potrà eventualmente richiedere. I dati personali, quindi, non verranno utilizzati a scopo commerciale e la privacy sarà totalmente garantita. Inoltre l’Agenzia per l’Italia Digitale vigila sul rispetto delle norme in collaborazione con il Garante per la Privacy, sia per ciò che concerne l’attività degli Identity Provider, sia per quanto riguarda i servizi messi a disposizione da pubbliche amministrazioni e privati.

ShareShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

Per gli italiani la donna ideale porta la 44

 Blog  Commenti disabilitati su Per gli italiani la donna ideale porta la 44
Mar 222018
 

Per gli italiani la donna ideale esiste, e ha la taglia 44. Almeno, questo è quanto risulta dalla ricerca condotta da GfK Italia per Fiorella Rubino su un campione di 1.000 donne e 200 uomini. Lo studio inoltre traccia l’evoluzione del rapporto delle donne con il proprio fisico, il peso, i canoni della bellezza, e soprattutto con la moda. In ogni caso, la donna ideale, a giudizio unanime di uomini e donne, è la taglia 44. Al secondo posto la taglia 46, e solo al terzo la 40-42.

La donna curvy piace, e il termine curvy viene associato a caratteristiche positive

Le donne curvy piacciono a uomini e donne. Lo stesso termine (curvy) ormai è ampiamente conosciuto, accettato e associato a caratteristiche positive. Le donne, però, sono un po’ più critiche degli uomini quando si tratta di indicarne qualche caratteristica negativa, come sovrappeso (71% donne contro 53% uomini), o sedentarietà (66% contro 51%), riferisce Adnkronos. Quella che emerge però è la figura di una donna che sta imparando a vivere liberamente le proprie forme e a riscoprire la propria joie de vivre, al di là di stereotipi ancora presenti.

La moda inizia ad affermare una shape diversity

Se da una parte emerge un maggior desiderio di adesione a requisiti di forma fisica e il confronto con stereotipi estetici che possono generare senso di inadeguatezza, al tempo stesso sono sempre più evidenti segnali di evoluzione. Anche grazie alle sfilate di moda e alle campagne di comunicazione degli stilisti. La moda insomma, inizia, ad affermare una reale shape diversity, e riscopre la bellezza di ogni forma fisica, legata alla personalità unica di ogni donna.

La magrezza continua a essere un canone estetico importante per le donne

Ora però le donne sono molto più a dieta rispetto al 2001, e sono più critiche nel giudicare il proprio stato di forma fisica. Da un lato, quindi, le donne sembrano anelare al superamento degli stereotipi (il 77% si dichiara convinta che la bellezza per una donna non sia solo l’essere magra), ma dall’altro lato la magrezza continua a essere per loro un canone estetico importante. Se il giudizio degli altri sul proprio aspetto fisico è importante per entrambi i sessi, le donne si sentono giudicate più spesso degli uomini (51% contro 43%). E sono anche le più autocritiche, tanto che il primo giudice sono loro stesse (47% rispetto al 39% degli uomini) seguite, con notevole distanza, dal partner (17% rispetto al 27% degli uomini).

ShareShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

Italiani, a sorpresa popolo di vegetariani

 Blog  Commenti disabilitati su Italiani, a sorpresa popolo di vegetariani
Mar 012018
 

Il popolo dei vegetariani in Italia è in aumento. La conferma arriva dal Rapporto Italia Eurispes 2018. Se negli ultimi cinque anni il numero dei vegetariani ha avuto un andamento altalenante,  erano infatti il 6,5% nel 2014, il 5,7% nel 2015, il 7% nel 2016 e il 4,6% nel 2017, ora il 6,2% del campione intervistato si dichiara vegetariano. Crescono quindi coloro che hanno optato per una scelta vegetariana, ma diminuiscono quanti si dichiarano vegani: dal 3% del 2017 allo 0,9% nel 2018. Risultati che fanno pensare a un’alternanza fra periodi di vegetarianesimo e di veganismo, e periodi di ritorno a un’alimentazione tradizionale.

Ormai però in quasi tutte le mense scolastiche è prevista la possibilità di fare richiesta per menu alternativi, e dal portale di recensioni Tripadvisor emerge che su un totale di 225.490 ristoranti recensiti in Italia il 23,4% propone menu vegetariani, e il 17,2% vegani.

Vegetariani, vegani, ma anche crudisti e fruttariani

Anche più che vegetariani. Fra chi si dichiara vegetariano o vegano, molti affermano di seguire anche regimi alimentari ancora più stringenti. In particolare, il 32,1% dichiara di associare a questo tipo di diete anche un’alimentazione crudista, ovvero il consumo di cibi non sottoposti a cottura, il 23,1% segue un’alimentazione fruttariana, prevalentemente (o esclusivamente) di frutta, mentre solo il 12,8% aderisce alla paleo-dieta, che prescrive un ritorno alle origini in tema di alimentazione.

Una scelta di salute e di rispetto per gli animali

La maggior parte di chi ha deciso di seguire una dieta green lo fa perché convinto degli effetti positivi sulla salute (38,5%), il 20,5% per amore e rispetto nei confronti degli animali, mentre il 14,1% per mangiare meno e meglio. Solo il 3,8% è mosso principalmente da valutazioni sull’impatto ambientale, o dalla sola curiosità (3,8%). Ed è dopo i 65 anni di età che si fa strada in modo più marcato l’idea che rinunciare a carne e pesce faccia bene alla salute (60%), mentre il rispetto nei confronti degli animali è all’origine del cambio di dieta soprattutto per i 25-34enni (40%).

Una strada difficile? Solo per chi viaggia

Se la maggior parte (60,8%) dei vegetariani e dei vegani italiani afferma di non trovare alcuna difficoltà nel reperire i prodotti vicino casa o nelle mense dei luoghi di lavoro (44%), nel 73,6% dei casi mangiare in aereo, treno, nave e sulle autostrade diventa un problema. Ma anche ai ricevimenti di cerimonie, feste o eventi (67,6%). O, a sorpresa, al ristorante/bar (55,4%).

Gli italiani sono però divisi fra chi attribuisce al veganismo un’accezione positiva (50,6%) e quanti ne rilevano soprattutto gli aspetti negativi (49,4%). A giudicare in maniera positiva il veganismo sono i più giovani, mentre il 30,3% la ritiene una scelta estrema e radicale. E il 19,1% afferma che questo stile di vita spesso è accompagnato da fanatismo e intolleranza.

ShareShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

Dolori d’ufficio, un costo sociale da 3,36 miliardi l’anno

 Blog  Commenti disabilitati su Dolori d’ufficio, un costo sociale da 3,36 miliardi l’anno
Gen 262018
 

Lavoro, quanto mi fai male… si potrebbe sintetizzare così una recente ricerca condotta da Loudhouse e presentata al Ministero della Salute nell’ambito del convegno ‘Salute in ufficio’. In base ai dati raccolti, infatti, si evince che ben otto individui su dieci, negli ultimi tre anni, soffrono o hanno sofferto di disturbi legati al modo in cui si lavora. In effetti, la “colpa” di questi acciacchi – peraltro realmente fastidiosi e con pesanti ricadute in termini di costo sociale – non è del posto di lavoro, ma della cattiva postura adottata durante le ore di ufficio.

Mal di schiena e mal di testa i più diffusi

La ricerca mette in luce che, nell’ampia gamma di dolori e doloretti, i più diffusi in ufficio siano il mal di schiena e il mal di testa. I numeri ottenuti dallo studio, in effetti, fotografano un mondo del lavoro particolarmente “acciaccato”: il 61% degli intervistati ha accusato mal di schiena, il 55% mal di testa, il 49% la tensione o il dolore alle spalle, il 49% problemi agli occhi, il 47% dolore al collo, il 31% dolore al polso o al braccio.

La colpa? Delle brutte abitudini alla scrivania

La responsabilità dei dolori accusati negli ambienti di lavoro, e si fa riferimento in particolare modo a mansioni in ufficio, è in gran parte riconducibile alle cattive abitudini dei singoli. Ad esempio, tra gli intervistati il 97% ha dichiarato di avere quella di stare seduto e di non muoversi, il 90% tiene una posizione ingobbita, l’85% incrocia le gambe.

Il prezzo della cattiva postura? 3,36 miliardi all’anno

Questo scenario di abitudini scorrette sul posto di lavoro e conseguenti dolori ha un prezzo, e che prezzo. In base alle stime, i costi per assenteismo collegati a disturbi posturali in Italia toccherebbero i 3,36 miliardi di euro ogni anno.

L’appello del ministro Lorenzin 

“Rendere salubri luoghi vuol dire migliorare qualità vita” ha affermato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin durante il convegno ‘Salute in ufficio’ organizzato a Roma nella sede dello stesso ministero. “Abbiamo inserito il tema della salute nelle città nel contesto più ampio del G7 sull’impatto dei cambiamenti climatici. Siamo in un processo di trasformazione enorme, che impatta sulla vita delle persone, e che è dovuto ai cambiamenti climatici, all’inquinamento e ai modi di vivere”. Che ha concluso: “Rendere salubre il luogo dove viviamo vuol dire renderci sani e rendere migliore la nostra vita. Sono le piccole scelte a portare le grandi trasformazioni”.

ShareShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn