Riciclare, che business. L’economia circolare vale come il settore dell’energia

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Dic 042018
 

In Italia l’economia circolare vale 88 miliardi di fatturato e 22 miliardi di valore aggiunto, pari all’1,5% del valore aggiunto nazionale. Ovvero, l’economia circolare in Italia equivale, in quanto a numeri, sia al settore energetico nazionale, sia a quello tessile, ed è poco distante dal  valore aggiunto dell’agricoltura. Ancora, il settore dà lavoro a più di 575 mila addetti.

Scatta la fotografia di questo nuovo mondo, non più votato allo spreco ma alla circolarità di beni e prodotti, l’indagine “L’Economia Circolare in Italia – la filiera del riciclo asse portante di un’economia senza rifiuti” di Ambiente Italia, frutto del lavoro del Gruppo Riciclo e Recupero del Kyoto Club.

Lo studio è stato commissionato da Conai con i Consorzi nazionali per il riciclo degli imballaggi (Cial, Comieco, Corepla e Ricrea) e dal Gruppo Cap, il gestore del servizio idrico della città metropolitana di Milano. In base a quanto evidenziato dall’indagine, l’economia circolare non riguarda solo ciò che succede dopo la produzione e il consumo di un bene, ma inizia dalla progettazione, realizzando un sistema più efficiente riguardo all’uso di risorse, con ampio ricorso a quelle rinnovabili. E comprende anche un atteggiamento più consapevole e responsabile da parte del consumatore.

In Italia si ricicla il 67,5% dei rifiuti di imballaggio

Solo nel 2017,  in Italia è stato avviato a riciclo il 67,5% dei rifiuti di imballaggio immessi al consumo sull’intero territorio nazionale, per un totale di 8,8 milioni di tonnellate di rifiuti (+3,7% rispetto al 2016).

In particolare, nel panorama europeo l’Italia è leader per il tasso di produttività nell’uso delle risorse (quanti euro di Pil si producono per ogni kg di materia consumata), per il tasso di circolarità della materia nell’economia (quante materie seconde si impiegano sul totale dei consumi di materia) e per il tasso di riciclo dei rifiuti (quanti rifiuti, inclusi l’import ed export, si avviano a riciclo internamente).

La ricerca di Ambiente Italia mostra inoltre la crescita progressiva sia dei recuperi “open loop” (cioè in altri cicli produttivi, come il vetro nell’industria ceramica, o altri materiali nell’industria edile), sia i ricicli all’interno dello stesso ciclo produttivo. In Italia l’impiego di materie seconde è fondamentale per molti settori manifatturieri e in particolare per la produzione siderurgica e metallurgica. Ad esempio, tutto l’alluminio prodotto nel nostro Paese, oltre 900mila tonnellate nel 2017, proviene dal riciclo.

Focus sulla gestione del ciclo idrico

Tra le particolarità dell’ultimo studio c’è poi l’attenzione dedicata all’economia della gestione del ciclo idrico, aspetto sino ad ora spesso trascurato ma pilastro teorico dell’economia circolare. Per darne un’idea in numeri: l’insieme delle attività di fornitura, distribuzione, gestione delle reti fognarie e depurazione genera un fatturato di circa 9 miliardi di euro, un valore aggiunto di 4,5 miliardi dà lavoro a 41.000 addetti.

Manager attempati, in Trentino e Lombardia sono più giovani

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Ott 172018
 

Oltre la metà dei circa 106 mila dirigenti delle imprese italiane ha più di 50 anni, precisamente il 57%. I manager italiani non sono proprio giovanissimi, con la punta più alta di manager senior nel Molise, in cui arrivano al 73%. In Lombardia e Trentino Alto Adige invece mediamente sono più giovani.

È quanto emerge da un’analisi di DAS, la compagnia di Generali Italia specializzata nella tutela legale. Nella ricerca emerge anche però che meno dell’1% (0,89%) dei lavoratori dipendenti delle imprese italiane risulta ricoprire questo di manager, con una concentrazione più elevata in Lombardia (1,6%, quasi 48mila), Lazio (1,1%, oltre 16mila) e Piemonte (1,04, poco meno di 10mila). Una percentuale ancora più bassa in Calabria (0,12%), Basilicata e Molise (0,13 ciascuno).

In Lombardia il 47% dei manager ha meno di cinquant’anni

Secondo quanto rilevato dallo studio, dopo il Molise sono la Sardegna (69%), l’Umbria e la Valle d’Aosta (entrambe 67%), le regioni italiane con la percentuale più alta di dirigenti over 50. Mentre i dirigenti che non superano i 49 anni sono più numerosi in Lombardia (47%) e in Trentino Alto Adige (43%). Al terzo posto ci sono le Marche (42%), e al quarto, con una quota del 40% ognuna, il Friuli Venezia Giulia, il Lazio e il Piemonte.

Solo il 15% dei dirigenti è di sesso femminile

DAS ha rilevato che quasi la metà (45%) dei dirigenti italiani lavora in Lombardia, e poco più del 15% nel Lazio. La loro presenza è abbastanza significativa anche in Emilia-Romagna (9%) e in Veneto (7%). Ma quanto a “quote rosa” nel nostro Paese solo il 15% dei dirigenti è di sesso femminile. La percentuale di donne dirigenti sale al 19% in Basilicata, e si attesta al 17% in Lombardia e nel Lazio.

Quando il dirigente “sbaglia”

“Con sempre maggiore i dirigenti sono chiamati in causa per responsabilità penali e civili frequenza”, spiega Roberto Grasso, amministratore e direttore generale di DAS. E nel 40% delle sentenze è stata riconosciuta la responsabilità degli amministratori. Di fronte a questo scenario, e partendo dall’analisi di quelle che sono le principali violazioni in cui incorrono queste figure professionali, DAS ha creato la polizza Difesa Manager.  Uno strumento che offre l’assistenza legale necessaria per difendersi di fronte a procedimenti penali, civili e amministrativi. Sotto il profilo penale il rimborso delle spese è garantito purché non vi sia una sentenza definitiva di condanna.

“Decreto dignità” e precariato dei lavoratori: secondo le Associazioni, un ritorno agli anni sessanta

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Lug 232018
 

D’ora in poi, il rinnovo del contratto di lavoro a tempo determinato potrà avvenire solo a fronte di esigenze “temporanee e limitate”. Lo stabilisce il nuovo Decreto Dignità proposto da Luigi Di Maio, vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali, dividendo l’opinione pubblica e alterando gli umori delle Associazioni in materia di misure anti-precariato.

Lente d’ingrandimento sul Decreto dignità

Le aziende che ricevono aiuti dallo Stato non potranno delocalizzare per 5 anni, pena una multa – con interessi del 4% – da due a quattro volte superiori agli aiuti ricevuti. E, a macchi d’olio, si diffonde una forte perplessità.  Secondo quanto previsto dal provvedimento, fatta salva la possibilità di libera stipulazione tra le parti del primo contratto a tempo determinato non superiore a 12 mesi, l’eventuale rinnovo sarà possibile solo a fronte di esigenze “temporanee e limitate”.

Oggetto delle maggiori obiezioni sono le causali specifiche per i quali, inoltre, è predetto un aumento del contributo addizionale pari dello 0,5% a carico del datore di lavoro, attualmente fissato all’1,4% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali.

Come spiega l’avvocato Fabrizio Daverio, socio fondatore dello studio legale Daverio & Florio, specializzato nel diritto del lavoro e nel diritto della previdenza sociale: “L’azienda è tenuta nuovamente a fornire, ad esempio per il ‘rinnovo’, le motivazioni per l’impiego di lavoratori a termine, con evidenti complicazioni e disagi a livello organizzativo (…) L’obiettivo di ridurre il precariato è di per sé lodevole ma la strada scelta è sbagliata soprattutto la tecnica delle ‘causali’ anni ’60, per le quali il lavoro a termine vale solo per circostanze straordinarie ed eccezionali, da specificare, è pericolosa”.

Lacune e scetticismo

Stando a Daverio “si tratta di un ritorno al passato. L’esperienza storica ha dimostrato che le causali sono un grande ostacolo per le aziende e una fonte di contenziosi e di grovigli inestricabili, oltre a essere un’opzione obsoleta. Il contratto a termine produce lavoro vero, che sfocia per lo più, da solo, nella stabilizzazione”.

Dello stesso parere le varie Associazioni, fra cui Confesercenti, che incalza la previsione negativa: “Il passo indietro sulle causali è assolutamente controproducente. Oltre che rendere più rischiose le assunzioni, crea un clima di incertezza e porterà a un inevitabile aumento dei contenziosi”.

Concorde anche Federalberghi, nel titubare sul Decreto Dignità. Secondo il presidente della federazione Bernabò Bocca: “Una cosa è certa: si illude chi crede che questo provvedimento genererà anche un solo nuovo contratto a tempo indeterminato (…). Durante la stagione estiva lavorano nel settore turismo più di mezzo milione di persone assunte a tempo determinato, da oggi esposte ad una grande incertezza.

A voler tirare le somme sul “Decreto Di Maio” anche il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara: “Limitare il lavoro precario attraverso un ritorno al passato con le proroghe dei contratti a termine, con le sue causali e, soprattutto, prevedendo una maggiorazione dei costi previdenziali a ogni proroga, se da una parte va nella direzione di far crescere il costo del lavoro a termine rispetto a quello a tempo indeterminato, dall’altra contribuirà non poco a far riemergere il contenzioso sugli stessi contratti a termine e a scoraggiare le imprese ad assumere”.

Allarme e-banking via mobile: scoperto nuovo malware

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Lug 022018
 

Si chiama MysteryBot, ed il nuovo trojan bancario che minaccia i dispositivi mobili Android. A quanto rilevano i ricercatori della società di sicurezza olandese ThreatFabric (ex SfyLabs), MysteryBot presenta numerosi aspetti già conosciuti con LokiBot, un virus simile, che presenta in parte lo stesso codice e condivide il medesimo server C&C. Il nuovo malware presenta infatti le funzionalità di base del predecessore, si legge sul sito del Cert, Computer Emergency Response Team, “anche se le tecniche impiegate sono state aggiornate per garantirne la compatibilità con le versioni più recenti del sistema operativo Android (7 Nougat e 8 Oreo)”.

Ma che si tratti di una evoluzione di LokiBot, o di un nuovo malware creato dagli stessi autori, al momento MysteryBot appare in fase di sviluppo e non è ancora molto diffuso.

Una falsa app Adobe Flash Player

Per quanto riguarda l’overlay, la tecnica che consente al virus di mostrare all’utente false schermate di login di un gran numero di app bancarie, gli autori di MysteryBot hanno trovato il modo di “sincronizzare la comparsa di queste schermate con l’istante in cui l’utente lancia l’app bersaglio e la porta in primo piano”, riferisce Adnkronos. Una volta attivo sul dispositivo colpito, “MysteryBot si presenta come una falsa app Adobe Flash Player: in figura viene mostrato il malware elencato tra le app che richiedono l’accesso alle statistiche di utilizzo. Una volta che l’utente concede inconsapevolmente tale autorizzazione, il malware è in grado di svolgere le sue attività”.

MysteryBot agisce su più di 100 applicazioni bancarie

MysteryBot è in grado di falsificare più di 100 applicazioni bancarie di diversi Paesi, tra cui Australia, Austria, Germania, Spagna, Francia, Croazia, Polonia e Romania, oltre ad alcune app molto diffuse come Facebook e WhatsApp. Al momento, sottolineano gli esperti, “non risultano coinvolte banche italiane”.

Per quanto la funzionalità di keylogger MysteryBot cerca di indovinare i tasti premuti sulla base della dimensione e della posizione sullo schermo della tastiera virtuale utilizzata. Per fortuna questa funzionalità non è ancora pienamente sviluppata, in quanto “i dati raccolti non vengono usati in alcun modo, né inviati ai server”, si legge sul sito.

Un ricatto virtuale

Inoltre, MysteryBot include una funzionalità di ransomware. “Il trojan tenta di bloccare l’accesso ai file dell’utente memorizzati nello storage esterno, archiviandoli individualmente in file ZIP protetti con password e cancellando gli originali. La password è la stessa per tutti gli archivi e viene generata dinamicamente dal malware durante l’esecuzione”. Una volta terminata la cifratura, viene presentata una schermata di dialogo in cui l’utente viene accusato di aver visionato materiale pedopornografico, e per ottenere la password di accesso ai file cifrati la persona colpita è invitata a contattare gli autori a uno specifico indirizzo email

Il poker campano dell’abbigliamento

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Set 062017
 

Era il 2003 quando H&M, marchio svedese di abbigliamento, entrava nel mercato italiano ridefinendone i contorni. Di colpo alcuni brand storici dell’abbigliamento made in Italy apparivano un po’ vetusti per collocazione di mercato, come nel caso di Benetton (posizionato su una fascia di prezzo non proprio popolare) oppure con brand percepiti come tradizionalisti, come nel caso di Conbipel. L’imprenditoria italiana è però riuscita a produrre adeguate contromosse, seguendo la strategia di H&M legata a una qualità media dei capi, proposti però in una formula di tendenza, e a punti vendita aperti in posizioni strategiche, come centri commerciali e centri storici cittadini.

In Campania, terra dove genio e creatività spesso s’incontrano insieme a una sana dose di spregiudicatezza, sono nate negli ultimi decenni aziende di abbigliamento nuove per filosofia e proposte. Senza la pretesa di un elenco esaustivo, un fantastico poker viene a configurarsi pensando ai brand Alcott, Clayton, Cotton & Silk e Piazza Italia, tutti nati nella regione campana. Il primo è detenuto dal Gruppo Capri insieme al marchio Gutteridge, e i dati riferiti al 2013 testimoniavano un fatturato  di oltre 155 milioni di euro, in crescita del 38,7%. Nata nel 1988 con l’idea di offrire un prodotto di tendenza a prezzo democratico, Alcott ha ora un flagship store a Milano (via Torino) e la forza necessaria per aprire punti vendita perfino in Regno Unito. Anche Clayton, marchio di proprietà di Essemoda, ha in programma l’apertura di nuovi negozi, che saranno almeno una ventina l’anno. Nel frattempo è pronta una piattaforma e-commerce che consente di vendere in 25 diversi paesi europei, e questa forza di fuoco dovrebbe consentire un fatturato intorno ai 70 milioni di euro nel corso del 2017.

Cotton & Silk punta esclusivamente all’abbigliamento uomo, seguendo la linea “elegant syle & casual fashion” attraverso oltre 100 punti vendita sparsi per l’Italia, ma è Piazza Italia a presentare i dai migliori in termini di fatturato. L’azienda è portatrice di una sfida originale, cioè quella di pensare alla moda della gente comune, magari rinunciando a quel tocco moderno sfoggiato dai tre marchi sopracitati e spingendo, invece, su un invidiabile rapporto qualità prezzo. Il tentativo di essere percepiti come trendy è comunque ricercato attraverso l’advertising classico, dove in passato si è scelta Belen Rodriguez come testimonial. Altre campagne, tuttavia, hanno puntato sull’idea di “family fashion”, indirizzando l’offerta a diversi target e seguendo un’idea di moda che riguarda tutti. Così Piazza Italia nel 2016 ha superato i 500 milioni di euro di fatturato, contando su una cinquantina di store sui mercati internazionali: Est Europa, ma anche Arabia Saudita e Tunisia.