Milano, Monza Brianza e Lodi: nel 2018 aumentate le imprese del territorio

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Gen 302019
 

Brave le Lombarde, che si confermano ancora una volta campionesse di operosità e capacità imprenditoriale. A Milano, Monza Brianza e Lodi nel corso del 2018 sono ulteriormente aumentate le imprese attive, con una crescita rispetto ai 12 mesi precedenti dello 0,9%. La performance si deve soprattutto a Milano, che aumenta dell’1,2% e arriva a contare 303 mila imprese attive rispetto alle circa 300 mila dell’anno precedente, con un saldo positivo di 3.500 attività in più. Stabili Monza Brianza e Lodi così come Lombardia e Italia.

Insieme rappresentano circa la metà del totale regionale

I tre territori, messi insieme, arrivano a quasi 382 mila imprese e rappresentano circa la metà del totale regionale (46,4%) e il 7,4% di quello nazionale. Le imprese attive nell’area si riferiscono soprattutto ai settori del commercio (95 mila di cui 75 mila a Milano dove sono stabili), delle costruzioni (56 mila di cui 41 mila a Milano, rispettivamente +0,3% e +0,5%) e delle attività immobiliari (36 mila di cui 30 mila a Milano, +0,7% e +1,1%).

I settori che crescono di più

A Milano, tra i primi settori, crescono soprattutto le attività finanziarie e assicurative e quelle professionali, scientifiche e tecniche (+4%), i servizi alle imprese (+2,8%) e le attività di alloggio e ristorazione (+2%). A Monza e Brianza i servizi alle imprese e le attività professionali, scientifiche e tecniche (+2%). A Lodi i servizi di informazione e comunicazione (+2%) e la ristorazione (+1,3%). Il quadro, decisamente positivo, emerge da una elaborazione della dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su fonte registro imprese anno 2018 e 2017.

Stranieri, donne e giovani in pole position

Stranieri a Milano a quota 16% pari a 48.916 imprese (erano il 15,7% nel 2017); sono invece 53.680 le attività a guida femminile, pari al 18% del totale (erano il 17,6%); imprese giovanili 24.479, pari all’8% (erano l’8,1% nel 2017). A Monza Brianza stranieri a quota 6.718 imprese (11%); imprese femminili al 18% (11.597); imprese giovanili 5.528 (9%). A Lodi imprese straniere 1.889 (13%); imprese femminili 2.801 (19%), imprese giovanili 1.371 (10%).

Due milioni e mezzo di addetti

Le imprese di Milano Monza Brianza e Lodi hanno una valenza importante anche per l’occupazione. Insieme hanno dato lavoro, nel 2018, a 2 milioni e mezzo di addetti, di cui 2,2 milioni solo a Milano. Rappresentano il 60% del totale lombardo di 4 milioni e un lavoratore su sette in Italia (14,4%). È il commercio tra ingrosso e dettaglio il settore con il maggior numero di addetti (478 mila di cui 419 mila a Milano) seguito dai servizi alle imprese (445 mila di cui 430 mila a Milano) e dal manifatturiero (451 mila di cui 356 mila a Milano).

Italia regina dell’export dei prodotti food per Natale

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Gen 032019
 

Feste da export per l’Italia: dallo spumante al panettone, l’export tricolore dei prodotti delle feste vale circa 230 milioni nel mese, +6% in un anno. Dallo spumante per brindare con ostriche e caviale alle decorazioni, dalle immancabili lenticchie con il cotechino al Panettone tipico, sono tra i prodotti italiani per le festività che partono per il mondo per un valore di quasi 200 milioni al mese. Sono 2,2 miliardi di euro nei primi nove mesi del 2018, in crescita del 6,1% rispetto al 2017, pari a circa 230 milioni di euro al mese.

La mappa dei “compratori” del Made in Italy

Ma dove vanno tutte queste goloserie Made in Italy? Il mondo anglosassone è quello che apprezza di più i prodotti per le feste: Regno Unito e Stati Uniti sono infatti le prime mete dell’export nazionale, in crescita rispettivamente dello 0,21% e del 10,2%. Terza la Francia, +8,2%. Vengono poi Germania, Svizzera e Belgio. Ma a crescere di più è l’export con la Svezia, +27%, e con il Canada (+25%). Per gli addetti ai lavori, interessati a conoscere le destinazioni dell’export, quali siano i maggiori mercati di sbocco e i prodotti più apprezzati, c’è la mappa: “Feste ed export: i prodotti italiani nel mondo”, realizzata dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi in collaborazione con Promos, la sua azienda speciale per le Attività Internazionali.

Bollicine, panettone e Co., ecco i principali estimatori

Lo spumante e il prosecco prendono la via di Regno Unito (282 milioni, +5,3%) e Stati Uniti (245 milioni, +13%) ma è in forte crescita la richiesta da Belgio (+33,5%) e Svezia (+31,6%). Il panettone e i prodotti di pasticceria raggiungono soprattutto la vicina Francia (173 milioni, +5,3%) ma è sempre più apprezzato anche in Australia (+5,4%). Prosciutti e cotechini arrivano in Francia (29 milioni, +5,6%) e Germania (23 milioni, +11,4%), in forte crescita il Canada (+392%). Il caviale è richiesto in Francia ma anche in Estonia (per oltre un milione di euro ciascuna) mentre i crostacei in Francia e Germania ma anche nella Rep. Ceca (+66%). Cresce la richiesta di lenticchie in Francia, Svizzera e Canada. Gli oggetti per le feste vanno negli Stati Uniti e le ghirlande elettriche decorative in Francia così come i fuochi d’artificio in Francia. Per le vacanze sulla neve ad apprezzare di più gli sci e le attrezzature da sci italiane sono gli Stati Uniti (19 milioni, +11,8%) e l’Austria, mentre i pattini da ghiaccio raggiungono Francia, Germania ma anche il Giappone. Tra le mete extraeuropee più lontane, pur se su cifre minori, ci sono tra i primi 10: il Giappone per i vini, il Qatar e l’Arabia Saudita per oggetti decorativi e ghirlande elettriche, il Giappone, Hong Kong per il caviale, il Canada per i fuochi d’artificio, il Canada, il Giappone e la Cina per le attrezzature da sci.

Panettone e dolci, il primato della Lombardia

Per quanto riguarda il tradizionale panettone, ma anche altri prodotti da forno e di pasticceria, la Lombardia ne esporta per un valore di circa 54 milioni di euro al mese, pari a 322 milioni di euro nei primi sei mesi del 2018. Tra panettoni, pasticceria e pane da Milano partono prodotti per quasi 157 milioni di euro (+2%). Seconda è Brescia con 45 milioni (+1,5%), terza Varese con 33. In crescita Mantova con 31 milioni (+21%), +17% anche per Pavia e Monza e Brianza.

Riciclare, che business. L’economia circolare vale come il settore dell’energia

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Dic 042018
 

In Italia l’economia circolare vale 88 miliardi di fatturato e 22 miliardi di valore aggiunto, pari all’1,5% del valore aggiunto nazionale. Ovvero, l’economia circolare in Italia equivale, in quanto a numeri, sia al settore energetico nazionale, sia a quello tessile, ed è poco distante dal  valore aggiunto dell’agricoltura. Ancora, il settore dà lavoro a più di 575 mila addetti.

Scatta la fotografia di questo nuovo mondo, non più votato allo spreco ma alla circolarità di beni e prodotti, l’indagine “L’Economia Circolare in Italia – la filiera del riciclo asse portante di un’economia senza rifiuti” di Ambiente Italia, frutto del lavoro del Gruppo Riciclo e Recupero del Kyoto Club.

Lo studio è stato commissionato da Conai con i Consorzi nazionali per il riciclo degli imballaggi (Cial, Comieco, Corepla e Ricrea) e dal Gruppo Cap, il gestore del servizio idrico della città metropolitana di Milano. In base a quanto evidenziato dall’indagine, l’economia circolare non riguarda solo ciò che succede dopo la produzione e il consumo di un bene, ma inizia dalla progettazione, realizzando un sistema più efficiente riguardo all’uso di risorse, con ampio ricorso a quelle rinnovabili. E comprende anche un atteggiamento più consapevole e responsabile da parte del consumatore.

In Italia si ricicla il 67,5% dei rifiuti di imballaggio

Solo nel 2017,  in Italia è stato avviato a riciclo il 67,5% dei rifiuti di imballaggio immessi al consumo sull’intero territorio nazionale, per un totale di 8,8 milioni di tonnellate di rifiuti (+3,7% rispetto al 2016).

In particolare, nel panorama europeo l’Italia è leader per il tasso di produttività nell’uso delle risorse (quanti euro di Pil si producono per ogni kg di materia consumata), per il tasso di circolarità della materia nell’economia (quante materie seconde si impiegano sul totale dei consumi di materia) e per il tasso di riciclo dei rifiuti (quanti rifiuti, inclusi l’import ed export, si avviano a riciclo internamente).

La ricerca di Ambiente Italia mostra inoltre la crescita progressiva sia dei recuperi “open loop” (cioè in altri cicli produttivi, come il vetro nell’industria ceramica, o altri materiali nell’industria edile), sia i ricicli all’interno dello stesso ciclo produttivo. In Italia l’impiego di materie seconde è fondamentale per molti settori manifatturieri e in particolare per la produzione siderurgica e metallurgica. Ad esempio, tutto l’alluminio prodotto nel nostro Paese, oltre 900mila tonnellate nel 2017, proviene dal riciclo.

Focus sulla gestione del ciclo idrico

Tra le particolarità dell’ultimo studio c’è poi l’attenzione dedicata all’economia della gestione del ciclo idrico, aspetto sino ad ora spesso trascurato ma pilastro teorico dell’economia circolare. Per darne un’idea in numeri: l’insieme delle attività di fornitura, distribuzione, gestione delle reti fognarie e depurazione genera un fatturato di circa 9 miliardi di euro, un valore aggiunto di 4,5 miliardi dà lavoro a 41.000 addetti.

Manager attempati, in Trentino e Lombardia sono più giovani

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Ott 172018
 

Oltre la metà dei circa 106 mila dirigenti delle imprese italiane ha più di 50 anni, precisamente il 57%. I manager italiani non sono proprio giovanissimi, con la punta più alta di manager senior nel Molise, in cui arrivano al 73%. In Lombardia e Trentino Alto Adige invece mediamente sono più giovani.

È quanto emerge da un’analisi di DAS, la compagnia di Generali Italia specializzata nella tutela legale. Nella ricerca emerge anche però che meno dell’1% (0,89%) dei lavoratori dipendenti delle imprese italiane risulta ricoprire questo di manager, con una concentrazione più elevata in Lombardia (1,6%, quasi 48mila), Lazio (1,1%, oltre 16mila) e Piemonte (1,04, poco meno di 10mila). Una percentuale ancora più bassa in Calabria (0,12%), Basilicata e Molise (0,13 ciascuno).

In Lombardia il 47% dei manager ha meno di cinquant’anni

Secondo quanto rilevato dallo studio, dopo il Molise sono la Sardegna (69%), l’Umbria e la Valle d’Aosta (entrambe 67%), le regioni italiane con la percentuale più alta di dirigenti over 50. Mentre i dirigenti che non superano i 49 anni sono più numerosi in Lombardia (47%) e in Trentino Alto Adige (43%). Al terzo posto ci sono le Marche (42%), e al quarto, con una quota del 40% ognuna, il Friuli Venezia Giulia, il Lazio e il Piemonte.

Solo il 15% dei dirigenti è di sesso femminile

DAS ha rilevato che quasi la metà (45%) dei dirigenti italiani lavora in Lombardia, e poco più del 15% nel Lazio. La loro presenza è abbastanza significativa anche in Emilia-Romagna (9%) e in Veneto (7%). Ma quanto a “quote rosa” nel nostro Paese solo il 15% dei dirigenti è di sesso femminile. La percentuale di donne dirigenti sale al 19% in Basilicata, e si attesta al 17% in Lombardia e nel Lazio.

Quando il dirigente “sbaglia”

“Con sempre maggiore i dirigenti sono chiamati in causa per responsabilità penali e civili frequenza”, spiega Roberto Grasso, amministratore e direttore generale di DAS. E nel 40% delle sentenze è stata riconosciuta la responsabilità degli amministratori. Di fronte a questo scenario, e partendo dall’analisi di quelle che sono le principali violazioni in cui incorrono queste figure professionali, DAS ha creato la polizza Difesa Manager.  Uno strumento che offre l’assistenza legale necessaria per difendersi di fronte a procedimenti penali, civili e amministrativi. Sotto il profilo penale il rimborso delle spese è garantito purché non vi sia una sentenza definitiva di condanna.

“Decreto dignità” e precariato dei lavoratori: secondo le Associazioni, un ritorno agli anni sessanta

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Lug 232018
 

D’ora in poi, il rinnovo del contratto di lavoro a tempo determinato potrà avvenire solo a fronte di esigenze “temporanee e limitate”. Lo stabilisce il nuovo Decreto Dignità proposto da Luigi Di Maio, vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali, dividendo l’opinione pubblica e alterando gli umori delle Associazioni in materia di misure anti-precariato.

Lente d’ingrandimento sul Decreto dignità

Le aziende che ricevono aiuti dallo Stato non potranno delocalizzare per 5 anni, pena una multa – con interessi del 4% – da due a quattro volte superiori agli aiuti ricevuti. E, a macchi d’olio, si diffonde una forte perplessità.  Secondo quanto previsto dal provvedimento, fatta salva la possibilità di libera stipulazione tra le parti del primo contratto a tempo determinato non superiore a 12 mesi, l’eventuale rinnovo sarà possibile solo a fronte di esigenze “temporanee e limitate”.

Oggetto delle maggiori obiezioni sono le causali specifiche per i quali, inoltre, è predetto un aumento del contributo addizionale pari dello 0,5% a carico del datore di lavoro, attualmente fissato all’1,4% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali.

Come spiega l’avvocato Fabrizio Daverio, socio fondatore dello studio legale Daverio & Florio, specializzato nel diritto del lavoro e nel diritto della previdenza sociale: “L’azienda è tenuta nuovamente a fornire, ad esempio per il ‘rinnovo’, le motivazioni per l’impiego di lavoratori a termine, con evidenti complicazioni e disagi a livello organizzativo (…) L’obiettivo di ridurre il precariato è di per sé lodevole ma la strada scelta è sbagliata soprattutto la tecnica delle ‘causali’ anni ’60, per le quali il lavoro a termine vale solo per circostanze straordinarie ed eccezionali, da specificare, è pericolosa”.

Lacune e scetticismo

Stando a Daverio “si tratta di un ritorno al passato. L’esperienza storica ha dimostrato che le causali sono un grande ostacolo per le aziende e una fonte di contenziosi e di grovigli inestricabili, oltre a essere un’opzione obsoleta. Il contratto a termine produce lavoro vero, che sfocia per lo più, da solo, nella stabilizzazione”.

Dello stesso parere le varie Associazioni, fra cui Confesercenti, che incalza la previsione negativa: “Il passo indietro sulle causali è assolutamente controproducente. Oltre che rendere più rischiose le assunzioni, crea un clima di incertezza e porterà a un inevitabile aumento dei contenziosi”.

Concorde anche Federalberghi, nel titubare sul Decreto Dignità. Secondo il presidente della federazione Bernabò Bocca: “Una cosa è certa: si illude chi crede che questo provvedimento genererà anche un solo nuovo contratto a tempo indeterminato (…). Durante la stagione estiva lavorano nel settore turismo più di mezzo milione di persone assunte a tempo determinato, da oggi esposte ad una grande incertezza.

A voler tirare le somme sul “Decreto Di Maio” anche il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara: “Limitare il lavoro precario attraverso un ritorno al passato con le proroghe dei contratti a termine, con le sue causali e, soprattutto, prevedendo una maggiorazione dei costi previdenziali a ogni proroga, se da una parte va nella direzione di far crescere il costo del lavoro a termine rispetto a quello a tempo indeterminato, dall’altra contribuirà non poco a far riemergere il contenzioso sugli stessi contratti a termine e a scoraggiare le imprese ad assumere”.

Allarme e-banking via mobile: scoperto nuovo malware

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Lug 022018
 

Si chiama MysteryBot, ed il nuovo trojan bancario che minaccia i dispositivi mobili Android. A quanto rilevano i ricercatori della società di sicurezza olandese ThreatFabric (ex SfyLabs), MysteryBot presenta numerosi aspetti già conosciuti con LokiBot, un virus simile, che presenta in parte lo stesso codice e condivide il medesimo server C&C. Il nuovo malware presenta infatti le funzionalità di base del predecessore, si legge sul sito del Cert, Computer Emergency Response Team, “anche se le tecniche impiegate sono state aggiornate per garantirne la compatibilità con le versioni più recenti del sistema operativo Android (7 Nougat e 8 Oreo)”.

Ma che si tratti di una evoluzione di LokiBot, o di un nuovo malware creato dagli stessi autori, al momento MysteryBot appare in fase di sviluppo e non è ancora molto diffuso.

Una falsa app Adobe Flash Player

Per quanto riguarda l’overlay, la tecnica che consente al virus di mostrare all’utente false schermate di login di un gran numero di app bancarie, gli autori di MysteryBot hanno trovato il modo di “sincronizzare la comparsa di queste schermate con l’istante in cui l’utente lancia l’app bersaglio e la porta in primo piano”, riferisce Adnkronos. Una volta attivo sul dispositivo colpito, “MysteryBot si presenta come una falsa app Adobe Flash Player: in figura viene mostrato il malware elencato tra le app che richiedono l’accesso alle statistiche di utilizzo. Una volta che l’utente concede inconsapevolmente tale autorizzazione, il malware è in grado di svolgere le sue attività”.

MysteryBot agisce su più di 100 applicazioni bancarie

MysteryBot è in grado di falsificare più di 100 applicazioni bancarie di diversi Paesi, tra cui Australia, Austria, Germania, Spagna, Francia, Croazia, Polonia e Romania, oltre ad alcune app molto diffuse come Facebook e WhatsApp. Al momento, sottolineano gli esperti, “non risultano coinvolte banche italiane”.

Per quanto la funzionalità di keylogger MysteryBot cerca di indovinare i tasti premuti sulla base della dimensione e della posizione sullo schermo della tastiera virtuale utilizzata. Per fortuna questa funzionalità non è ancora pienamente sviluppata, in quanto “i dati raccolti non vengono usati in alcun modo, né inviati ai server”, si legge sul sito.

Un ricatto virtuale

Inoltre, MysteryBot include una funzionalità di ransomware. “Il trojan tenta di bloccare l’accesso ai file dell’utente memorizzati nello storage esterno, archiviandoli individualmente in file ZIP protetti con password e cancellando gli originali. La password è la stessa per tutti gli archivi e viene generata dinamicamente dal malware durante l’esecuzione”. Una volta terminata la cifratura, viene presentata una schermata di dialogo in cui l’utente viene accusato di aver visionato materiale pedopornografico, e per ottenere la password di accesso ai file cifrati la persona colpita è invitata a contattare gli autori a uno specifico indirizzo email

Il poker campano dell’abbigliamento

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Set 062017
 

Era il 2003 quando H&M, marchio svedese di abbigliamento, entrava nel mercato italiano ridefinendone i contorni. Di colpo alcuni brand storici dell’abbigliamento made in Italy apparivano un po’ vetusti per collocazione di mercato, come nel caso di Benetton (posizionato su una fascia di prezzo non proprio popolare) oppure con brand percepiti come tradizionalisti, come nel caso di Conbipel. L’imprenditoria italiana è però riuscita a produrre adeguate contromosse, seguendo la strategia di H&M legata a una qualità media dei capi, proposti però in una formula di tendenza, e a punti vendita aperti in posizioni strategiche, come centri commerciali e centri storici cittadini.

In Campania, terra dove genio e creatività spesso s’incontrano insieme a una sana dose di spregiudicatezza, sono nate negli ultimi decenni aziende di abbigliamento nuove per filosofia e proposte. Senza la pretesa di un elenco esaustivo, un fantastico poker viene a configurarsi pensando ai brand Alcott, Clayton, Cotton & Silk e Piazza Italia, tutti nati nella regione campana. Il primo è detenuto dal Gruppo Capri insieme al marchio Gutteridge, e i dati riferiti al 2013 testimoniavano un fatturato  di oltre 155 milioni di euro, in crescita del 38,7%. Nata nel 1988 con l’idea di offrire un prodotto di tendenza a prezzo democratico, Alcott ha ora un flagship store a Milano (via Torino) e la forza necessaria per aprire punti vendita perfino in Regno Unito. Anche Clayton, marchio di proprietà di Essemoda, ha in programma l’apertura di nuovi negozi, che saranno almeno una ventina l’anno. Nel frattempo è pronta una piattaforma e-commerce che consente di vendere in 25 diversi paesi europei, e questa forza di fuoco dovrebbe consentire un fatturato intorno ai 70 milioni di euro nel corso del 2017.

Cotton & Silk punta esclusivamente all’abbigliamento uomo, seguendo la linea “elegant syle & casual fashion” attraverso oltre 100 punti vendita sparsi per l’Italia, ma è Piazza Italia a presentare i dai migliori in termini di fatturato. L’azienda è portatrice di una sfida originale, cioè quella di pensare alla moda della gente comune, magari rinunciando a quel tocco moderno sfoggiato dai tre marchi sopracitati e spingendo, invece, su un invidiabile rapporto qualità prezzo. Il tentativo di essere percepiti come trendy è comunque ricercato attraverso l’advertising classico, dove in passato si è scelta Belen Rodriguez come testimonial. Altre campagne, tuttavia, hanno puntato sull’idea di “family fashion”, indirizzando l’offerta a diversi target e seguendo un’idea di moda che riguarda tutti. Così Piazza Italia nel 2016 ha superato i 500 milioni di euro di fatturato, contando su una cinquantina di store sui mercati internazionali: Est Europa, ma anche Arabia Saudita e Tunisia.