Carmine Gerolamo

Rc auto per la famiglia. Risparmi, ma non per tutti

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Feb 212020
 

L’Rc Auto familiare è entrata in vigore il 16 febbraio. La nuova normativa consente a un nucleo familiare di assicurare tutti i veicoli usufruendo della classe di merito migliore presente all’interno del nucleo. Iniziano quindi a diffondersi le stime su quanto una famiglia possa risparmiare, e Segugio.it, la piattaforma di comparazione assicurativa, ha calcolato i risparmi potenziali per chi ha diritto a usufruirne. A causa della differenza di prezzo tra il premio assicurativo di veicoli assicurati in classe 1 e quelli in classe 14, si può risparmiare oltre il 50%. Il prezzo ottenibile assicurando un veicolo in classe 1 dipende però non solo dalla classe stessa, ma anche da come la si è ottenuta. Se ad esempio è frutto di applicazione del decreto Bersani, esteso dall’Rc familiare, il differenziale di prezzo/sconto scende rispetto al 52,3% medio.

Per i giovani con un mezzo in classe 1 il 38,4% in meno rispetto alle classi 11-18

“Si nota infatti – spiega Segugio.it – che i giovani con età uguale o inferiore ai 24 anni che assicurano un mezzo in classe 1, avendo evidentemente usufruito del decreto Bersani, pagano il 38,4% in meno rispetto ai loro coetanei nelle classi 11-18, segno del fatto che le compagnie di assicurazione, pur riconoscendo uno sconto ai giovani in classe 1, tengono anche conto della limitata esperienza di guida di questi soggetti”. Inoltre, nel caso di un mezzo nuovo che si avvale della classe Bonus-Malus di un mezzo in classe 1 (la casistica di sconto massimo), si avranno anche passaggi di un numero inferiore di classi, che inevitabilmente beneficeranno di uno sconto inferiore.

Abilitato il trasferimento di classe Bonus-Malus fra mezzi di tipo diverso

La nuova Rc familiare, continua la nota, abilita il trasferimento di classe Bonus-Malus fra mezzi di tipo diverso, ad esempio da auto a moto, riporta Adnkronos.

“Pur trattandosi di una fattispecie nuova – continua Segugio.it – è ragionevole presumere che le compagnie di assicurazioni saranno ancora più prudenti nell’applicazione degli sconti riferiti a mezzi diversi e che richiedono competenze e stili di guida completamente diversi”.

“Ci aspettiamo che per i nuclei familiari o singoli interessati dalla manovra – commenta Emanuele Anzaghi, vicepresidente di Segugio.it – lo sconto medio applicato sarà realisticamente del 10%-20%”.

Gli sconti applicati penalizzeranno chi della manovra non può beneficiare

“Va anche detto che l’Rc familiare renderà la classe Bonus-Malus ancor meno significativa di quanto non sia già oggi, posto che l’83,5% dei contratti sono già in prima classe – dice Anzaghi -. È anche ipotizzabile che gli sconti applicati penalizzeranno chi della manovra non può beneficiare, e quindi nuclei/singoli con un solo mezzo, o che abbiano già allineato le classi di merito con il decreto Bersani. Si tratta in sostanza di un gioco a somma zero, in cui i consumatori dovranno essere molto vigili approfittando dello sconto, laddove possibile, e cercando opportunità di risparmio attraverso le promozioni che vengono concesse in caso di cambio di compagnia se non si ricade nella casistica”.

Italia corrotta, al 51° posto nella classifica mondiale

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Feb 042020
 

Nell’Indice di Percezione della Corruzione 2019 pubblicato da Transparency International, l’associazione internazionale contro la corruzione, l’Italia al 51° posto nel mondo, con un punteggio di 53 punti su 100. Nel 2019 il nostro Paese ottiene ben 12 punti dal 2012, anche se l’ultimo anno segna una decisa frenata rispetto ai precedenti, “guadagnando” un solo punto. Secondo l’Indice, che registra il livello di corruzione percepito nel settore pubblico in 180 Paesi, la sufficienza per l’Italia è quindi ancora lontana. “La criminalità organizzata spadroneggia ancora nel nostro Paese – spiega Transparency International Italia – preferendo spesso l’arma della corruzione, che oggi ha assunto forme nuove, sempre più difficili da identificare e contrastare efficacemente”.

Danimarca e Nuova Zelanda i Paesi meno corrotti

Dominano la classifica dell’indice di percezione della corruzione Danimarca e Nuova Zelanda, come l’anno scorso. In Europa, oltre alla Danimarca, fanno bella figura anche Finlandia e Svezia, mentre Bulgaria, Romania e Ungheria occupano le ultime tre posizioni della classifica continentale. Il fondo del ranking è occupato, come nel 2018, da Somalia e Sud Sudan, mentre a livello globale spiccano la caduta di Canada (-4 punti), Francia e Regno Unito (-3). Al contrario, colpiscono in positivo la Spagna (+4) e la Grecia (+3), riporta Adnkronos. Tra i Paesi del G20 rimangono poi stabili Germania e Russia, rispettivamente con un voto di 80 e di 28 come nel 2018, mentre perdono due punti gli Usa, che ottengono 69 voti contro i 71 precedenti.

Manca una regolamentazione del lobbying e dei conflitti di interesse

Altra questione rilevante, secondo l’Indice, è la regolamentazione del lobbying e dei conflitti di interesse. “Da anni sentiamo parlare di leggi che dovrebbero finalmente porre un freno e delle regole a due questioni fondamentali nella lotta alla corruzione, ma ancora il Parlamento tace – rileva Transparency -. Solo tante promesse e audizioni che ancora non si sono trasformate in atti concreti. Non è certo un buon esempio di trasparenza la recente abolizione degli obblighi di comunicazione dei redditi e dei patrimoni dei dirigenti pubblici attuata dall’ultima legge finanziaria”.

Un rallentamento dovuto a diversi problemi irrisolti

“Sinceramente speravamo in qualcosa di più – commenta Virginio Carnevali, presidente di Transparency International Italia -. Il rallentamento è dovuto a diversi problemi che il nostro Paese si trascina da sempre senza riuscire a risolverli”. Secondo l’associazione, “dobbiamo menzionare per importanza anche il tema degli appalti pubblici, oggetto di attenzione di funzionari e imprenditori corrotti: un codice più efficace e un maggior coinvolgimento della società civile nelle attività di monitoraggio non potrebbero che giovare alle finanze pubbliche. Questi sono solo alcuni dei temi che Transparency International Italia da anni cerca di portare nell’agenda politica nazionale, per far scrollare di dosso all’Italia la nomea di Paese corrotto”.

Come diventare uno youtuber di successo

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Dic 262019
 

La professione più desiderata dagli adolescenti, quella dei creator, si è evoluta in ottica multicanale, ed è diventata una professione riconosciuta da tutti, perfino dal fisco. Si fanno chiamare creator, proprio a sottolineare la componente creativa del lavoro che fanno, indipendentemente dal “canale” su cui trasmettono, compreso YouTube. I creator, tra cui appunto gli youtuber, sono letteralmente creatori di contenuti. Ma non guadagnano più solo dalle views e dalla pubblicità che ospitano sui canali digital, perché generano un indotto che comprende le voci di eventi, abbonamenti, partnership e, soprattutto, merchandising. E possono arrivare a guadagnare centinaia di migliaia di euro all’anno.

Le 5 regole d’oro del creator

La prima regola per diventare un creator di successo è quella di definire la propria “linea editoriale”. Proprio come un canale televisivo, anche i canali Youtube o i profili Instagram più popolari hanno una linea editoriale ben definita, un’idea e un’identità che danno solidità e coerenza ai contenuti. Può aiutare scegliere una nicchia o un settore, e dar vita a un canale tematico che coinvolga persone con interessi specifici. Seconda regola, non meno importante, è costruire un linguaggio personale, che per YouTube deve essere multimediale, interattivo, e video. YouTube è il luogo della sperimentazione del linguaggio, quindi, non esitare a sperimentare format e modalità espressive per distinguersi e creare il proprio “brand”, riporta Ansa.

Puntare il 100% del focus sulla produzione di contenuti

Terza regola: puntare il 100% del focus sulla produzione di contenuti. Quindi, circondarsi di professionisti per tutto quello che gira intorno alla professione, ovvero adv, merchandising, partnership commerciali, eventi e autopromozione.  Coltivare la community è la quarta regola d’oro per un creator, perché le loro views e i loro clic sono la chiave del successo. Non dimenticare mai follower, e dedicare parte del tempo a rispondere ai loro messaggi e interagire con loro, online e offline. Ultima regola, crea un brand. Non si tratta solo di vendere prodotti a marchio o pubblicizzare alcuni brand. Per avere successo è necessario focalizzarsi nel realizzare un brand vero e proprio. Quello personale.

I profitti derivanti dal merchandising

Il merchandising compone ormai in media, tra il 20% e il 30% della torta di introiti dei creator. E arriva a generare profitti per 1 milione di euro l’anno per i canali più seguiti e popolari. “La nostra piattaforma è appena nata”, spiega Andrea Manetti, CEO e co-founder di ForStar.shop, l’e-commerce all inclusive dedicato al merchandising di youtuber e influencer “eppure abbiamo già avuto case history di alcuni youtuber il cui brand, in meno di un anno, è arrivato a vendere tramite l’e-commerce oltre 200 pezzi al giorno. D’altra parte, il mercato del merchandising autorizzato è, globalmente, enorme: vale oltre 132 miliardi, con l’Europa che produce fatturato per 33 miliardi, e molto di questo mercato è composto dalle star del web”.

 

Hey Google, play me the news: e l’Assistente legge le notizie

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Dic 042019
 

Google ha attivato la funzione Your News Update, per rendere automatica la ricerca e l’aggregazione dei contenuti audio relativi alle ultime notizie. Non solo, perché l’Assistente Google le leggerà al posto nostro. E questo indipendentemente dal dispositivo impiegato, che sia uno smartphone, un altoparlante smart, o il sistema di infotainment in auto. L’iniziativa è stata messa in campo da Google in collaborazione con decine di testate e redazioni statunitensi, tra cui Cbs Local, Usa Today, Fox News, The Washington Post, e Cnn. Inizialmente la funzione verrà implementata negli Stati Uniti in lingua inglese, e nel 2020 anche in altri Paesi.

Gli algoritmi del motore di ricerca più una grande quantità di dati degli utenti

Le notizie possono essere riprodotte e ascoltate dall’utente attraverso un semplice comando vocale: Hey Google, play me the news. In automatico l’intelligenza artificiale produrrà un flusso audio creato con le ultime novità, tenendo conto delle preferenze personali degli utenti, dei suoi interessi e del luogo in cui si trova. E se una notizia non viene reputata interessante si può chiedere a Google Assistant  di passare a quella successiva, riporta Ansa. La nuova funzionalità utilizzerà perciò gli algoritmi del gigante della ricerca, e una grande quantità di dati degli utenti per creare un feed di notizie su misura in base ai loro interessi. Prima di ogni lettura, l’Assistente dirà il nome della fonte che ha scritto la notizia che verrà riprodotta in seguito.

Gli utenti possono scegliere tra i nuovi e vecchi formati di notizie

Google ha collaborato con diversi editori, tra cui Abc Audio, Cbs Local, PRX, Usa Today, Abc, Fox News, The Washington Post, Al Jazeera, Cnn, The Hollywood Reporter, Mashable, Reuters, Associated Press, Daily Beast, Nba, Axios, Billboard e Politico. In precedenza, Google Assistant aveva aggiornamenti delle notizie, ma erano generalizzati e basati solo su ciò che gli utenti già elencavano nelle loro preferenze. Ora Google sta attingendo ai dati personali dei consumatori per cercare di prevedere ciò che potrebbero voler sentire. Tuttavia, Google ha affermato che gli utenti possono scegliere tra i nuovi e vecchi formati di notizie.

I giganti della tecnologia investono nel settore delle news

L’enfasi sugli algoritmi potrebbe però suscitare preoccupazioni in merito ai “filtri” utilizzati, con l’idea di rafforzare una visione del mondo “di parte”, ma la società ha dichiarato di collaborare con fonti di notizie di tutto lo spettro politico. Questo aggiornamento arriva nel preciso momento in cui i giganti della tecnologia hanno fatto maggiori investimenti nel settore delle notizie. Facebook, ad esempio, ha collaborato con gli editori per lanciare una scheda dedicata alle sole notizie, ed Apple a marzo ha lanciato Apple News Plus, un servizio in abbonamento da 9,99 dollari che condivide le entrate con gli editori. Ma dal suo lancio il servizio ha avuto non poche difficoltà nell’acquisire nuovi clienti.

Agricoltura 4.0, nel 2018 vale 400 milioni e cresce del 270%

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Nov 172019
 

Nel 2018 il mercato italiano dell’agricoltura 4.0 valeva fra 370 e 430 milioni di euro, il 5% del mercato globale e il 18% di quello europeo. Un valore generato per circa l’80% da offerte innovative di attori già affermati nel settore, come ad esempio i fornitori di macchine e attrezzature agricole, e per circa il 20% da soluzioni di attori emergenti, soprattutto startup, che propongono sistemi digitali innovativi e servizi di consulenza tecnologica. Protagoniste dell’agricoltura 4.0 sono le oltre 110 aziende fornitrici, con oltre 300 soluzioni già presenti sul mercato e impiegate dal 55% delle aziende agricole italiane.

“L’innovazione digitale è una leva strategica per il settore agroalimentare italiano”

Si tratta di alcuni dei risultati di una ricerca dell’Osservatorio Smart Agrifood della School of Management del Politecnico di Milano, e del laboratorio RISE dell’Università degli Studi di Brescia, presentati nel corso del convegno Agricoltura digitale 4.0: sicurezza, sostenibilità e casi virtuosi, organizzato da Confagricoltura in collaborazione con Agrofarma e Assofertilizzanti.

“L’innovazione digitale è una leva strategica per il settore agroalimentare italiano, in grado di garantire maggiore competitività a tutta la filiera”, commenta Andrea Bacchetti, direttore dell’Osservatorio Smart AgriFood

Ma il digitale, secondo l’Osservatorio, innova anche tracciabilità e qualità alimentare. Con 133 soluzioni già disponibili il 38% delle aziende ha migliorato l’efficacia del processo, e il 32% l’efficienza. E se le startup nel mondo arrivano a 500, e sono attive soprattutto in ambito eCommerce (65%) e Agricoltura 4.0 (24%), l’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di startup, anche se con il finanziamento medio più basso, riporta Ansa.

In Italia il mercato cresce del 270%

Il mercato globale dell’agricoltura 4.0 vale 7 miliardi di dollari, il doppio rispetto allo scorso anno, di cui il 30% generato in Europa. La crescita è ancora più rapida in Italia, dove il mercato ha un valore compreso tra i 370 e i 430 milioni di euro, in crescita del 270%.

“L’agricoltura sta affrontando due sfide importanti per mantenere la competitività del settore: da una parte ridurre i costi ed aumentare la redditività, dall’altra produrre di più e valorizzare maggiormente i propri prodotti. In tale contesto l’innovazione in generale e le tecnologie digitali sono strategiche – spiega il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti – per la sostenibilità ambientale delle imprese agricole. Produrre di più utilizzando meno risorse: è il tema che rappresenta la stella polare dell’agricoltura di oggi e di domani”.

Soluzioni dedicate all’Internet of farming impiegate dal 55% delle imprese agricole

In generale, è tutto il mondo dell’agricoltura 4.0, inteso come l’utilizzo di diverse tecnologie interconnesse per migliorare resa e sostenibilità delle coltivazioni, qualità produttiva e di trasformazione, nonché condizioni di lavoro, a godere di un periodo di grande fermento.  Vale per tutti l’esempio delle soluzioni dedicate all’agricoltura di precisione, riporta Agricolturanews, e anche se ancora in misura inferiore, all’agricoltura interconnessa (Internet of farming), impiegate dal 55% delle 766 imprese agricole intervistate nella ricerca.

 

I piccoli gesti fanno la differenza, e possono salvare il proprio territorio

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Ott 142019
 

Il 71% degli italiani considera molto importante l’impegno a fare qualcosa di concreto per il proprio territorio. Magari con piccoli gesti quotidiani. E a chi obietta che questo non fa la differenza, perché servono scelte politiche a livello nazionale e globale, gli italiani rispondono schierandosi dalla parte dei giovani dei Fridays for future: il 77% degli italiani sostiene infatti la necessità di intervenire in prima persona, altrimenti “le cose non cambieranno mai”.

Secondo una ricerca commissionata a Doxa da Ichnusa, e condotta su un campione rappresentativo delle 20 Regioni, Abruzzo, Friuli-Venezia Giulia e Calabria sono le tre Regioni nelle quali si raggiungono i livelli più alti di ottimismo, con percentuali superiori all’80%. In Trentino e in Basilicata, invece, si raggiungono i livelli più alti di chi pensa di non fare abbastanza per la terra in cui vive.

Cambiare alcune abitudini quotidiane

Il 67% dei nostri connazionali dichiara di impegnarsi in prima persona, e il 17% sostiene di fare qualcosa di concreto in questa direzione quasi tutti i giorni, con punte molto sopra la media nel Lazio, in Campania e in Abruzzo. Il 50% invece dichiara di farlo spesso, e in Lombardia si arriva al 62%.

Ma in che modo impegnarsi per il proprio territorio? La grande maggioranza degli italiani (73%, ma superano l’80% l’Emilia-Romagna, la Liguria e la Lombardia), punta a cambiare alcune delle proprie abitudini quotidiane. C’è invece chi preferisce concentrarsi sulla salvaguardia ambientale (37%, ma si sfiora il 50% in Campania, Calabria e Lazio) e chi invece sceglie iniziative di aiuto sociale (24%), con Lazio e Basilicata molto sensibili a questo tema.

Dalla riduzione dei consumi energetici alle scelte plastic-free

Nel concreto 7 italiani su 10 si impegnano in una corretta gestione dei rifiuti, riporta Askanews, sono attenti al risparmio dell’acqua (67%), con attenzione crescente alla cosiddetta economia circolare, adottata dal 60% dei nostri connazionali. Grande attenzione (60%) anche per la riduzione dei consumi domestici di elettricità, per l’acquisto di cibo locale (53%), per la riduzione dell’utilizzo di mezzi inquinanti (51%), e della plastica (45%). Più contenuti gli esempi di chi sceglie di utilizzare carta riciclata e mobili in legno certificato, di piantare alberi, fare l’orto, o installare pannelli fotovoltaici, ma anche partecipare a iniziative locali di raccolta rifiuti in spiagge/spazi verdi/boschi.

Serve l’aiuto di istituzioni, aziende e associazioni

Un ruolo da facilitatori di questi cambiamenti secondo gli italiani lo ricoprono principalmente due attori. Al primo posto, per il 73% del campione, ci sono le istituzioni, dal governo alla regione alle amministrazioni locali. Al secondo posto, le aziende sensibili al tema legate al territorio (56%), che si posizionano prima delle associazioni di volontariato locale (48%) e delle associazioni ambientaliste (45%).

 

Vacanze e smartphone, arriva il galateo per i Millennials

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Lug 242019
 

Utilizziamo lo smartphone mentre camminiamo per strada, ai concerti le torce hanno sostituito gli accendini, e riusciamo a farne un utilizzo smodato perfino quando siamo alla guida. Ma come ci dobbiamo comportare in spiaggia con il telefono? Secondo il Trend Radar di Samsung, condotto con metodologia WOA (Web Opinion Analysis) su 1.500 giovani compresi tra i 25 e i 35 anni, lo smartphone si conferma in assoluto il compagno di viaggio preferito in vacanza (88%). L’oggetto da portare sempre con sé in spiaggia, seguito dal tablet (55%) e dall’e-Reader (44%). I giovani lo portano con sé per restare informati su cosa succede nel mondo (85%), per l’aiuto che può dare durante il viaggio (71%), per scattare foto e video (65%) e per restare in contatto con i familiari (59%).

Il 49% dei giovani ne limita l’uso durante le ferie

L’89% degli intervistati in vacanza lo usa soprattutto per scattare foto e video, il 68% chatta con gli amici, il 61% cerca eventi e ristoranti. Il 49% dichiara però di limitarne l’uso durante le ferie, soprattutto per staccare dal resto del mondo (68%), oppure per la paura di rovinarlo al sole (61%), per non disturbare gli altri (51%), o per paura di dimenticarlo in giro (47%). Limitarne l’uso per i Millennails di fatto significa spegnerlo in spiaggia (41%), lasciarlo a casa quando si è fuori (28%), metterlo in modalità aerea (19%), oppure togliere la connessione internet (12%).

Seguire le regole del galateophone

Il timore maggiore dei Millennials è che lo smartphone si bagni (73%), ma anche che la batteria si scarichi più velocemente (68%) o si surriscaldi (56%), oppure semplicemente di perderlo (51%), o di rovinarlo con la sabbia (47%).

Per aiutare a mandare in vacanza lo smartphone, Samsung ha stilato un Galateophone, una serie di semplici regole legate all’utilizzo dei telefoni cellulari durante la stagione estiva. Si tratta di consigli per attuare una modalità diversa, più rilassata, di utilizzare la nostra personalissima scatola nera, affinché la convivenza tra spiaggia e tecnologia sia del tutto pacifica.

Regola numero 1, abbassare la suoneria

La parola chiave in spiaggia è “silenzioso”, no quindi alla suoneria alta, stop agli sms continui e agli squilli. Stop al vivavoce, no a video e musica a tutto volume, stop anche agli occhi fissi sul telefono: il paesaggio merita di essere contemplato. E poiché privacy is the key, stop alle videochiamate con il rischio di filmare inavvertitamente il vicino di ombrellone, riporta Agi.

Niente di eccezionale, sono norme di comportamento che non avrebbero bisogno di essere raccolte e diffuse. Ma delle quali, a quanto pare, abbiamo forte necessità.

La crisi dei camici bianchi, 7 medici su 10 a rischio fuga nei prossimi anni

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Giu 172019
 

“Sette giovani medici su dieci potrebbero andarsene dall’Italia nei prossimi anni, attratti da stipendi più congrui, da condizioni di lavoro migliori, da una qualità della vita più elevata”, dichiara Gabriele Gasparini, vicepresidente della Fondazione Ars Medica. I medici italiani sono in crisi, e allora, sognano di fuggire verso il prepensionamento, all’estero, o verso il privato. La conferma arriva dal sondaggio sulla crisi della Professione medica condotto dall’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Venezia. L’indagine è stata condotta su un campione di 498 medici e odontoiatri volontari, per il 64% uomini e per il 60% con oltre 55 anni, per lo più dipendenti (35%), convenzionati (29%), liberi professionisti (24%), ma anche in via di inserimento professionale, e pensionati.

A percepire il disagio soprattutto i più giovani

Quasi tutti i medici e gli odontoiatri intervistati ritengono che la loro professione sia in crisi (92%). In particolare, sono soprattutto i più giovani a percepire tale crisi: il 96% tra gli under 40, e il 93% sotto i 55 anni. Tuttavia, coloro i quali si trovano nel pieno della carriera manifestano un disagio maggiore. Il 60% dei 41-55enni infatti è molto d’accordo con l’affermazione. Inoltre, la crisi della professione medica è avvertita più dalle donne che dagli uomini.

Prima causa, l’eccessiva burocratizzazione

L’eccessiva burocratizzazione, riporta Askanews, viene individuata quale prima causa della crisi della professione medica, soprattutto dagli iscritti più maturi. Inoltre, più della metà di medici e odontoiatri attribuisce una significativa responsabilità ai vincoli della medicina amministrata e all’inadeguato finanziamento del SSN. Per un giovane medico su tre, pesa la difficoltà di relazionarsi con il paziente. La quasi totalità dei medici (91%) ritiene che le modalità oggi richieste nello svolgimento della professione influiscano negativamente sulla vita privata. Ma l’apice del disagio si riscontra nella fascia anagrafica centrale (41-55 anni).

Il 71% di chi ha meno di 40 anni sogna di scappare all’estero

Ma come reagire a questo disagio? Il 71% di chi ha meno di 40 anni sogna (47%) o ha già pianificato (14%) la fuga verso l’estero. Non è così, come era prevedibile, per gli over 55. Anche il prepensionamento però è un’idea che si potrebbe concretizzare a breve per quasi il 23% degli iscritti over 55. Con riferimento alla classe anagrafica centrale (41-55 anni), il 23% degli intervistati si dichiara disposto a ritirarsi anticipatamente dal lavoro, se la normativa lo consentisse, mentre il ritiro anticipato dal lavoro è una possibilità ancora lontana soprattutto per le donne (51%).

Partite Iva, +7,9% nel primo trimestre 2019

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Mag 292019
 

Nei primi tre mesi del 2019 le partite Iva sono aumentate del 7,9% rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, e ne sono state aperte 196.060. La distribuzione per natura giuridica mostra che il 77% delle nuove aperture è stato aperto da persone fisiche, il 18,5% da società di capitali, e il 3,5% da società di persone. La quota dei “non residenti” e “altre forme giuridiche” rappresenta invece complessivamente l’1% del totale delle nuove aperture. Rispetto al primo trimestre del 2018 vi è stato un notevole aumento di avviamenti per le persone fisiche (+14%), dovuto alle crescenti adesioni al regime forfetario, mentre le forme societarie presentano significativi cali, -17,2% per le società di persone e -8,5% per le società di capitali.

Più della metà delle nuove aperture a regime forfetario

A quanto si legge nell’Osservatorio Mef (Ministero dell’economia e delle finanze), nel periodo in esame 104.456 soggetti hanno aderito al regime forfetario, pari a più della metà del totale delle nuove aperture (53,3%), con un aumento di adesioni di ben il 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’andamento è influenzato dalle modifiche normative introdotte con la legge di bilancio 2019, che ha elevato a 65.000 euro il limite di ricavi per fruire del regime forfettario con l’introduzione anche di alcune agevolazioni contributive per coloro che aderiscono. Tali modifiche hanno quindi avuto un duplice effetto: da un lato hanno determinato un aumento complessivo delle aperture di partita Iva, dall’altro una ricomposizione delle aperture a favore della natura giuridica di persona fisica e a sfavore delle forme societarie.

Attività professionali, il settore con il maggior numero di aperture

Riguardo alla ripartizione territoriale, il 45% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 22% al Centro e quasi il 33% al Sud e nelle Isole. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno 2018 mostra un generalizzato incremento di avviamenti, di cui i più notevoli in Valle d’Aosta (+26,9%), Calabria (+16%) e Liguria (+12,6%). Solamente in Abruzzo si registra una lieve flessione (-1,8%).

In base alla classificazione per settore produttivo, le attività professionali risultano il settore con il maggior numero di aperture, con il 20,2% sul totale, seguito dal commercio (17,8%) e dalle costruzioni (9,1%). Tra i settori principali i maggiori aumenti si notano nell’istruzione, nelle attività professionali e nei servizi alle imprese. Gli unici settori con calo di avviamenti sono l’agricoltura (-4,9%) e l’alloggio e ristorazione (-2,1%).

Il 45,7% delle nuove aperture avviato da giovani fino a 35 anni

Relativamente alle persone fisiche, riferisce Adnkronos, la ripartizione di genere mostra una sostanziale stabilità (maschi al 62,1%). Il 45,7% delle nuove aperture è stato avviato da giovani fino a 35 anni e il 32,2% da soggetti appartenenti alla fascia dai 36 ai 50 anni. Rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, tutte le classi di età registrano incrementi di aperture: il più consistente è il +39,3% della classe più anziana. Analizzando il Paese di nascita degli avvianti, si evidenzia che il 14,7% delle aperture è operato da un soggetto nato all’estero.

Cercare un nuovo lavoro, i canali più usati dagli italiani

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Apr 292019
 

Se oltre otto italiani su dieci non hanno cambiato lavoro nell’ultimo anno, il 16% di loro nel 2018 ha iniziato a lavorare per un’altra azienda, e quasi uno su tre (il 30%) ha intenzione di cambiare nel corso del 2019. Fra i tre gruppi non si evidenziano però differenze marcate riguardo ai fattori su cui si basa la scelta del datore di lavoro. Per tutti infatti è il work-life balance l’elemento più importante, seguito da un’atmosfera piacevole al lavoro, una buona retribuzione e la possibilità di benefit. Si tratta di alcuni risultati della ricerca Randstad Employer Brand a livello globale dedicata all’employer branding, condotta appunto da Randstad, l’operatore mondiale nei servizi per le risorse umane.

Quali sono i canali più utilizzati per la ricerca di un’occupazione

I canali più utilizzati nella ricerca di un impiego, invece, sono diversi a seconda che si considerino coloro che hanno già cambiato lavoro o chi sta valutando nuove opportunità. Chi è alla ricerca di un’occupazione infatti utilizza soprattutto Infojobs (51%), le agenzie per il lavoro (50%) e altri portali di lavoro come Monster (48%). Poi, vengono i siti delle aziende (42%) e le conoscenze personali (40%), Google (34%) e i social media come LinkedIn (36%) e Facebook (22%).

Chi ha trovato un nuovo impiego lo ha fatto tramite conoscenze e agenzie per il lavoro

Chi ha già trovato un nuovo impiego lo ha fatto invece principalmente tramite contatti e conoscenze personali (38%) e le agenzie per il lavoro (21%). Al terzo posto vengono i portali, come Infojobs (16%), e Subito (16%), seguiti da altri siti dedicati al lavoro (13%), dalle sezioni “Lavora con noi” delle aziende (13%), il motore di ricerca Google (12%), i canali social come Facebook (12%), LinkedIn (13%) e Twitter (5%). Risultano invece meno efficaci per la ricerca i servizi per il pubblico impiego (8%), i recruiter (4%) e le fiere (3%).

Nove dipendenti potenziali su dieci verificano la reputazione dell’impresa

Durante la ricerca di un impiego, quasi nove potenziali dipendenti su dieci verificano la reputazione delle imprese per cui si stanno candidando (88%). Questa azione, riporta Adnkronos, viene compiuta prevalentemente consultando i siti aziendali (48%), poi attraverso le opinioni di famigliari e amici (40%), le bacheche o i portali di annunci di lavoro (40%), visitando l’azienda come nel caso di ristoranti e negozi (35%) e LinkedIn (31%). Anche in questo caso, emergono importanti differenze fra le diverse fasce anagrafiche: i più giovani usano soprattutto l’advertising e LinkedIn per controllare la reputazione aziendale, mentre i senior si affidano maggiormente alle opinioni di famigliari e amici (il 39% dei 35-54enni) o visitano di persona l’azienda.