Cercare un nuovo lavoro, i canali più usati dagli italiani

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Apr 292019
 

Se oltre otto italiani su dieci non hanno cambiato lavoro nell’ultimo anno, il 16% di loro nel 2018 ha iniziato a lavorare per un’altra azienda, e quasi uno su tre (il 30%) ha intenzione di cambiare nel corso del 2019. Fra i tre gruppi non si evidenziano però differenze marcate riguardo ai fattori su cui si basa la scelta del datore di lavoro. Per tutti infatti è il work-life balance l’elemento più importante, seguito da un’atmosfera piacevole al lavoro, una buona retribuzione e la possibilità di benefit. Si tratta di alcuni risultati della ricerca Randstad Employer Brand a livello globale dedicata all’employer branding, condotta appunto da Randstad, l’operatore mondiale nei servizi per le risorse umane.

Quali sono i canali più utilizzati per la ricerca di un’occupazione

I canali più utilizzati nella ricerca di un impiego, invece, sono diversi a seconda che si considerino coloro che hanno già cambiato lavoro o chi sta valutando nuove opportunità. Chi è alla ricerca di un’occupazione infatti utilizza soprattutto Infojobs (51%), le agenzie per il lavoro (50%) e altri portali di lavoro come Monster (48%). Poi, vengono i siti delle aziende (42%) e le conoscenze personali (40%), Google (34%) e i social media come LinkedIn (36%) e Facebook (22%).

Chi ha trovato un nuovo impiego lo ha fatto tramite conoscenze e agenzie per il lavoro

Chi ha già trovato un nuovo impiego lo ha fatto invece principalmente tramite contatti e conoscenze personali (38%) e le agenzie per il lavoro (21%). Al terzo posto vengono i portali, come Infojobs (16%), e Subito (16%), seguiti da altri siti dedicati al lavoro (13%), dalle sezioni “Lavora con noi” delle aziende (13%), il motore di ricerca Google (12%), i canali social come Facebook (12%), LinkedIn (13%) e Twitter (5%). Risultano invece meno efficaci per la ricerca i servizi per il pubblico impiego (8%), i recruiter (4%) e le fiere (3%).

Nove dipendenti potenziali su dieci verificano la reputazione dell’impresa

Durante la ricerca di un impiego, quasi nove potenziali dipendenti su dieci verificano la reputazione delle imprese per cui si stanno candidando (88%). Questa azione, riporta Adnkronos, viene compiuta prevalentemente consultando i siti aziendali (48%), poi attraverso le opinioni di famigliari e amici (40%), le bacheche o i portali di annunci di lavoro (40%), visitando l’azienda come nel caso di ristoranti e negozi (35%) e LinkedIn (31%). Anche in questo caso, emergono importanti differenze fra le diverse fasce anagrafiche: i più giovani usano soprattutto l’advertising e LinkedIn per controllare la reputazione aziendale, mentre i senior si affidano maggiormente alle opinioni di famigliari e amici (il 39% dei 35-54enni) o visitano di persona l’azienda.

 

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Crescono le imprese del digitale in Lombardia

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Mar 282019
 

Le imprese del digitale in Lombardia continuano a crescere, e arrivano a 24 mila, cresciute del +4% in un anno, e oltre +15% in cinque. Con 131 mila addetti, e oltre 20 miliardi di valore della produzione, tra e-commerce, software, servizi e portali web questi i numeri delle imprese che operano nel mondo del digitale nella regione, secondo i dati elaborati dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza e Lodi, per l’anno 2018, 2017 e 2013.

Nell’ultimo anno trainano la crescita regionale Cremona, con il 7% in più di imprese e Milano (+5%).

Milano è prima per numero di imprese e addetti

In Lombardia sono 4.000 le imprese specializzate in e-commerce, per un totale di 7000 addetti, quasi 2.000 da reti internet e telecomunicazioni, con oltre 2.000 addetti, 11 mila nel software e consulenza informatica, con 93 mila addetti. A cui si aggiungono 8 mila imprese tra elaborazione dati e portali web, che contano 29 mila addetti. Milano è prima per numero di imprese (13 mila) e addetti (97 mila), seguita da Brescia, con quasi 3.000 imprese e 8.000 addetti, Bergamo e Monza e Brianza, con 2.000 imprese e 5.000 addetti, e Varese, con oltre 1.000 imprese e 4.000 addetti.

In Italia 420 mila addetti impiegati nel digitale

In Italia sono 115 mila le imprese digitali, cresciute del +4% nell’ultimo anno, con 420 mila addetti e un giro d’affari di oltre 50 miliardi di euro. Sempre a livello nazionale, 19 mila sono le imprese specializzate in e-commerce, per un totale di 29 mila addetti, mentre 9 mila seguono le reti internet e le telecomunicazioni (14 mila addetti), e 45 mila il software e la consulenza informatica (270 mila addetti). A queste si aggiungono 42 mila imprese specializzate in elaborazione dati e portali web, con 108 mila addetti.

Prime in Italia per imprese Roma e Milano (13 mila), cresciute rispettivamente del +4% in un anno e del 21% in cinque, e del +5% e +19%. Seconda è Napoli (6.000 imprese, +7% e +28%), seguita da Torino (5.000, +2% e +8%), e Brescia (3.000, +4% e +13%). Bari, Firenze e Bologna, Padova, Bergamo e Monza contano oltre 2.000 imprese, Salerno e Palermo circa 2.000.

Le tecnologie più richieste dalle imprese, cloud ed e-commerce

Secondo l’analisi condotta dal Punto Impresa Digitale dell’ente camerale su 341 domande pervenute per il Bando Voucher Digitali I4.0 2018, la tecnologia più richiesta dalle imprese è il cloud (29%), ed è seguita dai sistemi di e-commerce (25,2%). La maggioranza delle imprese che ha richiesto un contributo per le tecnologie 4.0 è nata dopo il 2000 (67,7%) e più dell’80% ha un’ottima solidità patrimoniale. Nuove risorse a supporto dei processi di digitalizzazione saranno messe a disposizione delle imprese da parte della Camera di commercio anche per il 2019, tramite bandi di contributo che partiranno nelle prossime settimane

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Il Job hopping non sempre conviene. I consigli per fare carriera senza cambiare lavoro

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Mar 052019
 

Fedeltà all’azienda e posto fisso sono concetti fuori moda, e i giovani professionisti sono sempre più incoraggiati a fare esperienza di nuovi ruoli in aziende diverse per fare carriera più velocemente. Definiti la job hopping generation, i Millennials sembrano i più inclini a cambiare spesso impiego. Una strategia che però a lungo andare non sempre paga. Secondo gli esperti di Hays Response, la divisione di Hays dedicata ai profili più junior, si dà per scontato che crescita professionale e aumento di salario si ottengano solo cambiando lavoro. Tuttavia, le promozioni si possono conquistare anche rimanendo all’interno della stessa azienda. Non sempre la soddisfazione professionale deriva da un nuovo impiego.

Chiedersi se si sono sfruttate tutte le opportunità

Cambiare lavoro è utile per dare slancio al proprio curriculum, ma è possibile raggiungere posizioni più elevate anche lavorando per molto tempo nella stessa azienda. Per farlo è fondamentale avere in mente un chiaro percorso di crescita, riferisce Adnkronos, aggiornare costantemente le proprie skills ed essere sempre pronti a nuove sfide.

“Prima di abbandonare la nave è bene chiedersi se si sono sfruttate tutte le opportunità che l’attuale impiego può offrire – spiegano gli esperti – e, soprattutto, se si è fatto tutto il possibile per raggiungere i propri obiettivi di crescita all’interno dell’azienda”.

5 consigli per ottenere il massimo senza cambiare lavoro

Ecco i 5 consigli di Hays Response per ottenere il massimo a livello professionale, senza dover per forza cambiare lavoro. Il primo è non avere paura di chiedere. Quando si è alla ricerca di una nuova sfida, è sempre bene parlarne con il proprio capo. Generalmente, entusiasmo e proattività sono percepiti positivamente, ed è probabile che l’ambizione venga supportata.

Secondo consiglio, considerare la possibilità di un trasferimento. Se l’azienda è grande e strutturata, con sedi all’estero, si può prendere in considerazione l’idea di trasferirsi. Vivere e lavorare all’estero arricchisce il proprio bagaglio di conoscenze, ed esperienze di questo tipo sono sempre utili per mettersi in buona luce in vista di una promozione.

Mantenersi aggiornati, non accontentarsi e sapersi reinventare

Il terzo consiglio è quello di mantenersi sempre aggiornati. Quando si è nella stessa azienda da molto tempo si tende a dormire sugli allori. È necessario invece aggiornare le proprie competenze per adattarsi ai cambiamenti dell’organizzazione. E non accontentarsi o aspettare che promozioni e cambiamenti piovano dal cielo (quarto consiglio), ma essere proattivi e artifici del proprio successo.

Ultimo consiglio, essere in grado di reinventarsi. Passare da un ruolo a un altro o da una divisione all’altra all’interno dell’azienda può essere un ottimo percorso di crescita. La propria conoscenza dell’azienda e della cultura organizzativa è sempre un vantaggio, e aiuta ad adattarsi nella nuova posizione

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Milano, Monza Brianza e Lodi: nel 2018 aumentate le imprese del territorio

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Gen 302019
 

Brave le Lombarde, che si confermano ancora una volta campionesse di operosità e capacità imprenditoriale. A Milano, Monza Brianza e Lodi nel corso del 2018 sono ulteriormente aumentate le imprese attive, con una crescita rispetto ai 12 mesi precedenti dello 0,9%. La performance si deve soprattutto a Milano, che aumenta dell’1,2% e arriva a contare 303 mila imprese attive rispetto alle circa 300 mila dell’anno precedente, con un saldo positivo di 3.500 attività in più. Stabili Monza Brianza e Lodi così come Lombardia e Italia.

Insieme rappresentano circa la metà del totale regionale

I tre territori, messi insieme, arrivano a quasi 382 mila imprese e rappresentano circa la metà del totale regionale (46,4%) e il 7,4% di quello nazionale. Le imprese attive nell’area si riferiscono soprattutto ai settori del commercio (95 mila di cui 75 mila a Milano dove sono stabili), delle costruzioni (56 mila di cui 41 mila a Milano, rispettivamente +0,3% e +0,5%) e delle attività immobiliari (36 mila di cui 30 mila a Milano, +0,7% e +1,1%).

I settori che crescono di più

A Milano, tra i primi settori, crescono soprattutto le attività finanziarie e assicurative e quelle professionali, scientifiche e tecniche (+4%), i servizi alle imprese (+2,8%) e le attività di alloggio e ristorazione (+2%). A Monza e Brianza i servizi alle imprese e le attività professionali, scientifiche e tecniche (+2%). A Lodi i servizi di informazione e comunicazione (+2%) e la ristorazione (+1,3%). Il quadro, decisamente positivo, emerge da una elaborazione della dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su fonte registro imprese anno 2018 e 2017.

Stranieri, donne e giovani in pole position

Stranieri a Milano a quota 16% pari a 48.916 imprese (erano il 15,7% nel 2017); sono invece 53.680 le attività a guida femminile, pari al 18% del totale (erano il 17,6%); imprese giovanili 24.479, pari all’8% (erano l’8,1% nel 2017). A Monza Brianza stranieri a quota 6.718 imprese (11%); imprese femminili al 18% (11.597); imprese giovanili 5.528 (9%). A Lodi imprese straniere 1.889 (13%); imprese femminili 2.801 (19%), imprese giovanili 1.371 (10%).

Due milioni e mezzo di addetti

Le imprese di Milano Monza Brianza e Lodi hanno una valenza importante anche per l’occupazione. Insieme hanno dato lavoro, nel 2018, a 2 milioni e mezzo di addetti, di cui 2,2 milioni solo a Milano. Rappresentano il 60% del totale lombardo di 4 milioni e un lavoratore su sette in Italia (14,4%). È il commercio tra ingrosso e dettaglio il settore con il maggior numero di addetti (478 mila di cui 419 mila a Milano) seguito dai servizi alle imprese (445 mila di cui 430 mila a Milano) e dal manifatturiero (451 mila di cui 356 mila a Milano).

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Italia regina dell’export dei prodotti food per Natale

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Gen 032019
 

Feste da export per l’Italia: dallo spumante al panettone, l’export tricolore dei prodotti delle feste vale circa 230 milioni nel mese, +6% in un anno. Dallo spumante per brindare con ostriche e caviale alle decorazioni, dalle immancabili lenticchie con il cotechino al Panettone tipico, sono tra i prodotti italiani per le festività che partono per il mondo per un valore di quasi 200 milioni al mese. Sono 2,2 miliardi di euro nei primi nove mesi del 2018, in crescita del 6,1% rispetto al 2017, pari a circa 230 milioni di euro al mese.

La mappa dei “compratori” del Made in Italy

Ma dove vanno tutte queste goloserie Made in Italy? Il mondo anglosassone è quello che apprezza di più i prodotti per le feste: Regno Unito e Stati Uniti sono infatti le prime mete dell’export nazionale, in crescita rispettivamente dello 0,21% e del 10,2%. Terza la Francia, +8,2%. Vengono poi Germania, Svizzera e Belgio. Ma a crescere di più è l’export con la Svezia, +27%, e con il Canada (+25%). Per gli addetti ai lavori, interessati a conoscere le destinazioni dell’export, quali siano i maggiori mercati di sbocco e i prodotti più apprezzati, c’è la mappa: “Feste ed export: i prodotti italiani nel mondo”, realizzata dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi in collaborazione con Promos, la sua azienda speciale per le Attività Internazionali.

Bollicine, panettone e Co., ecco i principali estimatori

Lo spumante e il prosecco prendono la via di Regno Unito (282 milioni, +5,3%) e Stati Uniti (245 milioni, +13%) ma è in forte crescita la richiesta da Belgio (+33,5%) e Svezia (+31,6%). Il panettone e i prodotti di pasticceria raggiungono soprattutto la vicina Francia (173 milioni, +5,3%) ma è sempre più apprezzato anche in Australia (+5,4%). Prosciutti e cotechini arrivano in Francia (29 milioni, +5,6%) e Germania (23 milioni, +11,4%), in forte crescita il Canada (+392%). Il caviale è richiesto in Francia ma anche in Estonia (per oltre un milione di euro ciascuna) mentre i crostacei in Francia e Germania ma anche nella Rep. Ceca (+66%). Cresce la richiesta di lenticchie in Francia, Svizzera e Canada. Gli oggetti per le feste vanno negli Stati Uniti e le ghirlande elettriche decorative in Francia così come i fuochi d’artificio in Francia. Per le vacanze sulla neve ad apprezzare di più gli sci e le attrezzature da sci italiane sono gli Stati Uniti (19 milioni, +11,8%) e l’Austria, mentre i pattini da ghiaccio raggiungono Francia, Germania ma anche il Giappone. Tra le mete extraeuropee più lontane, pur se su cifre minori, ci sono tra i primi 10: il Giappone per i vini, il Qatar e l’Arabia Saudita per oggetti decorativi e ghirlande elettriche, il Giappone, Hong Kong per il caviale, il Canada per i fuochi d’artificio, il Canada, il Giappone e la Cina per le attrezzature da sci.

Panettone e dolci, il primato della Lombardia

Per quanto riguarda il tradizionale panettone, ma anche altri prodotti da forno e di pasticceria, la Lombardia ne esporta per un valore di circa 54 milioni di euro al mese, pari a 322 milioni di euro nei primi sei mesi del 2018. Tra panettoni, pasticceria e pane da Milano partono prodotti per quasi 157 milioni di euro (+2%). Seconda è Brescia con 45 milioni (+1,5%), terza Varese con 33. In crescita Mantova con 31 milioni (+21%), +17% anche per Pavia e Monza e Brianza.

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Riciclare, che business. L’economia circolare vale come il settore dell’energia

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Dic 042018
 

In Italia l’economia circolare vale 88 miliardi di fatturato e 22 miliardi di valore aggiunto, pari all’1,5% del valore aggiunto nazionale. Ovvero, l’economia circolare in Italia equivale, in quanto a numeri, sia al settore energetico nazionale, sia a quello tessile, ed è poco distante dal  valore aggiunto dell’agricoltura. Ancora, il settore dà lavoro a più di 575 mila addetti.

Scatta la fotografia di questo nuovo mondo, non più votato allo spreco ma alla circolarità di beni e prodotti, l’indagine “L’Economia Circolare in Italia – la filiera del riciclo asse portante di un’economia senza rifiuti” di Ambiente Italia, frutto del lavoro del Gruppo Riciclo e Recupero del Kyoto Club.

Lo studio è stato commissionato da Conai con i Consorzi nazionali per il riciclo degli imballaggi (Cial, Comieco, Corepla e Ricrea) e dal Gruppo Cap, il gestore del servizio idrico della città metropolitana di Milano. In base a quanto evidenziato dall’indagine, l’economia circolare non riguarda solo ciò che succede dopo la produzione e il consumo di un bene, ma inizia dalla progettazione, realizzando un sistema più efficiente riguardo all’uso di risorse, con ampio ricorso a quelle rinnovabili. E comprende anche un atteggiamento più consapevole e responsabile da parte del consumatore.

In Italia si ricicla il 67,5% dei rifiuti di imballaggio

Solo nel 2017,  in Italia è stato avviato a riciclo il 67,5% dei rifiuti di imballaggio immessi al consumo sull’intero territorio nazionale, per un totale di 8,8 milioni di tonnellate di rifiuti (+3,7% rispetto al 2016).

In particolare, nel panorama europeo l’Italia è leader per il tasso di produttività nell’uso delle risorse (quanti euro di Pil si producono per ogni kg di materia consumata), per il tasso di circolarità della materia nell’economia (quante materie seconde si impiegano sul totale dei consumi di materia) e per il tasso di riciclo dei rifiuti (quanti rifiuti, inclusi l’import ed export, si avviano a riciclo internamente).

La ricerca di Ambiente Italia mostra inoltre la crescita progressiva sia dei recuperi “open loop” (cioè in altri cicli produttivi, come il vetro nell’industria ceramica, o altri materiali nell’industria edile), sia i ricicli all’interno dello stesso ciclo produttivo. In Italia l’impiego di materie seconde è fondamentale per molti settori manifatturieri e in particolare per la produzione siderurgica e metallurgica. Ad esempio, tutto l’alluminio prodotto nel nostro Paese, oltre 900mila tonnellate nel 2017, proviene dal riciclo.

Focus sulla gestione del ciclo idrico

Tra le particolarità dell’ultimo studio c’è poi l’attenzione dedicata all’economia della gestione del ciclo idrico, aspetto sino ad ora spesso trascurato ma pilastro teorico dell’economia circolare. Per darne un’idea in numeri: l’insieme delle attività di fornitura, distribuzione, gestione delle reti fognarie e depurazione genera un fatturato di circa 9 miliardi di euro, un valore aggiunto di 4,5 miliardi dà lavoro a 41.000 addetti.

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Influenza, quanto ci costi?

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Nov 192018
 

Una banale influenza si traduce in un “prezzo” sociale davvero imponente, che va a gravare sui conti sia del SSN sia dei cittadini. Lo dicono i freddi numeri: il costo dell’influenza stagionale equivale addirittura a mezzo punto di Pil. Una stima confermata dai dati del primo studio nazionale che ha valutato il prezzo sostenuto dalle famiglie confrontandoli con quelli sostenuti dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). La prossima stagione influenzale, che è stata preventivamente definita di intensità media, prevede cinque milioni di contagiati a cui si aggiungono gli italiani colpiti dalle infezioni respiratorie simil-influenzali di origine virale, che si fanno sentire durante tutti i 12 mesi, a differenza dell’influenza vera e propria che incide in un preciso e conosciuto periodo dell’anno.

Prezzo sociale sia per il SSN sia per i cittadini

La ricerca, condotta da Roberto Dal Negro, responsabile del Centro nazionale studi di farmacoeconomia e farmacoepidemiologia respiratoria (Cesfar) di Verona, in collaborazione con Research & Clinical Governance di Verona e AdRes Health Economics and Outcome Research di Torino, ha rilevato che il SSN spende circa 16 euro, soprattutto per antibiotici e corticosteroidi, mentre le famiglie spendono 27 euro in medicinali di fascia C a totale carico del cittadino. Complessivamente, tantissimi soldi.

I pazienti più gravi i più “onerosi”

“Per il SSN – precisa Nardini – la maggioranza dei costi deriva dalla gestione dei pazienti più gravi: il 39% della spesa è imputabile ai ricoveri, il 15% agli accessi in pronto soccorso. Per la società e per le famiglie l’aggravio maggiore è invece causato dalla perdita di denaro connessa alle assenze sul lavoro: l’88% del costo annuo di influenza e sindromi simil-influenzali deriva infatti dalle assenze lavorative, una spesa ‘silenziosa’ che passa quasi inosservata, ma che pesa sul Pil”.

Ancora pochi si vaccinano

La vaccinazione è un’arma di prevenzione ancora poco seguita dagli italiani. “I dati dello studio – spiega Dal Negro – mostrano inoltre che un quarto dei soggetti intervistati spenderebbe di tasca propria oltre 20 euro per prevenire un episodio di influenza o una sindrome simil-influenzale, anche se nel caso dell’influenza la pratica della vaccinazione, pur a basso costo per la famiglia e per il SSN, risulta ancora sottoutilizzata. Di fatto, nonostante il 70% degli intervistati consideri essenziale la vaccinazione, solo il 14% si vaccina ogni anno e circa il 60% non lo ha mai fatto”. Di conseguenza, aumentano i malati, gli assenti dal lavoro e il Pil perde mezzo punto.

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Distributore d’acqua IWM per l’ufficio

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Ott 182018
 

All’interno di uffici e studi professionali di ogni tipo, vi è solitamente una sala d’attesa dove gli utenti sono invitati ad attendere il proprio turno. Considerando che l’attesa di ciascuno può durare pochi minuti così come un’ora o più, è bene fare in modo da rendere questo lasso di tempo il più possibile piacevole e confortevole. Offrire a tutti la possibilità di potersi dissetare è già un buon inizio, in quanto l’acqua può dare sollievo soprattutto nelle giornate afose o in tutte quelle occasioni in cui si avverte la necessità di bere. L’ufficio che decide di erogare questo servizio deve necessariamente tenere a mente i costi al litro dell’acqua (quella dei boccioni costa molto di più di quella di rubinetto) e la qualità della stessa. Non sempre però, preferire la soluzione più economica comporta necessariamente il dover rinunciare alla qualità, al contrario. È ad esempio questo il caso dei distributori d’acqua per ufficio proposti da IWM, che ha rivoluzionato il settore.

Grazie a questo dispenser di ultima generazione infatti, è possibile prelevare direttamente dalla rete idrica l’acqua da bere e trattarla opportunamente grazie al sistema ad osmosi inversa di cui è dotato. L’acqua sarà dunque ancora più salutare e pura dopo il trattamento, con il grande vantaggio di avere il costo basso che tutti sappiamo (l’acqua di rubinetto è decisamente più economica di quella in bottiglia o dei boccioni), ma non solo. Gli innovativi distributori d’acqua IWM consentono anche di personalizzare l’acqua in base ai propri gusti per quel che riguarda la temperatura, il che è davvero eccezionale, così come il poterla bere gasata e magari accompagnata da qualche cubetto di ghiaccio. È una soluzione sempre più adottata all’interno di uffici di ogni tipo, sia per la sua convenienza che per l’assoluta tranquillità del sapere che sarà la stessa IWM ad occuparsi degli interventi di manutenzione periodica.

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Manager attempati, in Trentino e Lombardia sono più giovani

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Ott 172018
 

Oltre la metà dei circa 106 mila dirigenti delle imprese italiane ha più di 50 anni, precisamente il 57%. I manager italiani non sono proprio giovanissimi, con la punta più alta di manager senior nel Molise, in cui arrivano al 73%. In Lombardia e Trentino Alto Adige invece mediamente sono più giovani.

È quanto emerge da un’analisi di DAS, la compagnia di Generali Italia specializzata nella tutela legale. Nella ricerca emerge anche però che meno dell’1% (0,89%) dei lavoratori dipendenti delle imprese italiane risulta ricoprire questo di manager, con una concentrazione più elevata in Lombardia (1,6%, quasi 48mila), Lazio (1,1%, oltre 16mila) e Piemonte (1,04, poco meno di 10mila). Una percentuale ancora più bassa in Calabria (0,12%), Basilicata e Molise (0,13 ciascuno).

In Lombardia il 47% dei manager ha meno di cinquant’anni

Secondo quanto rilevato dallo studio, dopo il Molise sono la Sardegna (69%), l’Umbria e la Valle d’Aosta (entrambe 67%), le regioni italiane con la percentuale più alta di dirigenti over 50. Mentre i dirigenti che non superano i 49 anni sono più numerosi in Lombardia (47%) e in Trentino Alto Adige (43%). Al terzo posto ci sono le Marche (42%), e al quarto, con una quota del 40% ognuna, il Friuli Venezia Giulia, il Lazio e il Piemonte.

Solo il 15% dei dirigenti è di sesso femminile

DAS ha rilevato che quasi la metà (45%) dei dirigenti italiani lavora in Lombardia, e poco più del 15% nel Lazio. La loro presenza è abbastanza significativa anche in Emilia-Romagna (9%) e in Veneto (7%). Ma quanto a “quote rosa” nel nostro Paese solo il 15% dei dirigenti è di sesso femminile. La percentuale di donne dirigenti sale al 19% in Basilicata, e si attesta al 17% in Lombardia e nel Lazio.

Quando il dirigente “sbaglia”

“Con sempre maggiore i dirigenti sono chiamati in causa per responsabilità penali e civili frequenza”, spiega Roberto Grasso, amministratore e direttore generale di DAS. E nel 40% delle sentenze è stata riconosciuta la responsabilità degli amministratori. Di fronte a questo scenario, e partendo dall’analisi di quelle che sono le principali violazioni in cui incorrono queste figure professionali, DAS ha creato la polizza Difesa Manager.  Uno strumento che offre l’assistenza legale necessaria per difendersi di fronte a procedimenti penali, civili e amministrativi. Sotto il profilo penale il rimborso delle spese è garantito purché non vi sia una sentenza definitiva di condanna.

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Umani troppo umani: anche i robot mentono, e avranno pregiudizi

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Set 262018
 

I robot diventano sempre più umani, imparando a imitare il nostro comportamento in maniera sempre più elaborata. Nel bene, ma anche nel male. Si, perché dopo aver imparato a mentire, a bluffare a poker, e a ragionare come uno psicopatico, in futuro potrebbero diventare anche vittime di pregiudizi. Potrebbero infatti farsi condizionare da informazioni errate apprese in modo autonomo da altre macchine, senza alcun intervento dell’uomo.

A delineare questo scenario preoccupante, che mette in allerta gli “addestratori” di intelligenza artificiale, è lo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports dai ricercatori dell’università britannica di Cardiff e del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston.

Uno studio che simula interazioni sociali fra AI

“Questo nuovo studio è un lavoro teorico che, attraverso modelli matematici, prova a simulare delle interazioni sociali fra individui, a prescindere che siano robot o umani. Quello che dimostra – spiega Giorgio Buttazzo, docente di ingegneria informatica dell’Istituto TeCIP (Tecnologie della Comunicazione, Informazione, Percezione) della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa – è che quando la comunicazione e lo scambio di informazioni avviene tra piccoli gruppi, è più facile che si formino delle conoscenze falsate; se invece la comunicazione è estesa a molti gruppi, e quindi l’informazione arriva da più fonti, cala il rischio di avere pregiudizi”.

I robot del futuro saranno anche razzisti?

Sebbene i risultati possano far immaginare anche futuri robot “razzisti”, pronti a snobbare ed escludere l’uomo, per fortuna”questi scenari appartengono ancora al mondo della fantascienza: al momento l’intelligenza artificiale non è in grado di formarsi dei pregiudizi in modo autonomo”, rassicura Buttazzo,

Questi risultati però saranno molto utili in futuro, perché in ambito informatico si stanno sviluppando sistemi basati su enti autonomi che “girano in Rete per acquisire informazioni con cui costruire conoscenza: al momento non sono ‘intelligenti’, ma fra 30-40 anni lo scenario sarà diverso”, continua Bottazzo.

Un monito per i ricercatori che sviluppano tecniche di apprendimento per l’AI

Lo studio rappresenta quindi un monito per i ricercatori che sviluppano le tecniche di apprendimento per l’intelligenza artificiale, riporta Ansa. “Quando avremo a che fare con sistemi intelligenti e robot che apprendono autonomamente scambiandosi informazioni – sottolinea Buttazzo – dovremo fare molta attenzione a come metterli in comunicazione fra loro, perché potremmo perderne il controllo, soprattutto considerando che l’intelligenza artificiale è destinata a superare quella umana nel giro di pochi anni”.

Per prevenire questo rischio, è quindi necessario capire le strategie migliori per addestrare le macchine, e fornire loro non solo pura conoscenza, ma anche regole etiche.

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