I servizi web dell’Agenzia delle Entrate ora sono Spid

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Apr 232018
 

Da oggi tutti i servizi web dell’Agenzia delle Entrate fanno parte del sistema Spid, la chiave unica di accesso alla Pubblica Amministrazione. Nato nel marzo 2016, e utilizzato già da 2,3 milioni di persone, Spid è il sistema di autenticazione che permette a cittadini e imprese di accedere ai servizi online della Pubblica Amministrazione e dei privati aderenti con un’identità digitale unica. Tutto il fisco, insomma, sarà a disposizione degli utenti con un semplice clic.

Utilizzare i servizi online di oltre 4mila Pubbliche Amministrazioni direttamente dal pc di casa

Niente più code agli sportelli, quindi, perché registrare un contratto di locazione, consultare i dati catastali, visualizzare la propria posizione nel cassetto fiscale, ora sarà più semplice, sicuro e veloce. Ovviamente da casa propria, collegandosi a internet dal pc.

Ma di cosa si tratta? L’identità Spid è costituita da credenziali, nome, utente e password, che vengono rilasciate all’utente da un gestore di identità digitale e che permettono l’accesso a tutti i servizi online. In questo modo ogni cittadino, connettendosi da computer, può utilizzare i servizi erogati online da oltre 4mila Pubbliche Amministrazioni, riporta Adnkronos.

Come si richiedono le credenziali Spid

Per ottenere le credenziali Spid basta aver compiuto 18 anni ed essere in possesso di un indirizzo e-mail, un numero di telefono, un documento di identità valido e la tessera sanitaria con il codice fiscale. Occorre poi scegliere uno degli 8 gestori di identità digitale (Identity provider), tra cui Aruba, Infocert, Poste, Sielte, Tim, Register.it, Namirial, Intesa, e registrarsi sul loro sito seguendo i vari step per l’identificazione. Tutte le modalità di registrazione e tutte le possibilità per poter ottenere Spid sono disponibili sul sito http://www.spid.gov.it/richiedi-spid.

I dati degli utenti sono al sicuro, e non verranno utilizzati a scopo commerciale

Gli Identity Provider non possono utilizzare i dati personali dell’utente, né cederli a terze parti, senza autorizzazione da parte dell’utente stesso. Al momento della registrazione, infatti, dovranno essere esplicitamente distinti i dati necessari all’ottenimento dell’identità digitale Spid dalle ulteriori informazioni, non obbligatorie, che il gestore di identità potrà eventualmente richiedere. I dati personali, quindi, non verranno utilizzati a scopo commerciale e la privacy sarà totalmente garantita. Inoltre l’Agenzia per l’Italia Digitale vigila sul rispetto delle norme in collaborazione con il Garante per la Privacy, sia per ciò che concerne l’attività degli Identity Provider, sia per quanto riguarda i servizi messi a disposizione da pubbliche amministrazioni e privati.

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Per gli italiani la donna ideale porta la 44

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Mar 222018
 

Per gli italiani la donna ideale esiste, e ha la taglia 44. Almeno, questo è quanto risulta dalla ricerca condotta da GfK Italia per Fiorella Rubino su un campione di 1.000 donne e 200 uomini. Lo studio inoltre traccia l’evoluzione del rapporto delle donne con il proprio fisico, il peso, i canoni della bellezza, e soprattutto con la moda. In ogni caso, la donna ideale, a giudizio unanime di uomini e donne, è la taglia 44. Al secondo posto la taglia 46, e solo al terzo la 40-42.

La donna curvy piace, e il termine curvy viene associato a caratteristiche positive

Le donne curvy piacciono a uomini e donne. Lo stesso termine (curvy) ormai è ampiamente conosciuto, accettato e associato a caratteristiche positive. Le donne, però, sono un po’ più critiche degli uomini quando si tratta di indicarne qualche caratteristica negativa, come sovrappeso (71% donne contro 53% uomini), o sedentarietà (66% contro 51%), riferisce Adnkronos. Quella che emerge però è la figura di una donna che sta imparando a vivere liberamente le proprie forme e a riscoprire la propria joie de vivre, al di là di stereotipi ancora presenti.

La moda inizia ad affermare una shape diversity

Se da una parte emerge un maggior desiderio di adesione a requisiti di forma fisica e il confronto con stereotipi estetici che possono generare senso di inadeguatezza, al tempo stesso sono sempre più evidenti segnali di evoluzione. Anche grazie alle sfilate di moda e alle campagne di comunicazione degli stilisti. La moda insomma, inizia, ad affermare una reale shape diversity, e riscopre la bellezza di ogni forma fisica, legata alla personalità unica di ogni donna.

La magrezza continua a essere un canone estetico importante per le donne

Ora però le donne sono molto più a dieta rispetto al 2001, e sono più critiche nel giudicare il proprio stato di forma fisica. Da un lato, quindi, le donne sembrano anelare al superamento degli stereotipi (il 77% si dichiara convinta che la bellezza per una donna non sia solo l’essere magra), ma dall’altro lato la magrezza continua a essere per loro un canone estetico importante. Se il giudizio degli altri sul proprio aspetto fisico è importante per entrambi i sessi, le donne si sentono giudicate più spesso degli uomini (51% contro 43%). E sono anche le più autocritiche, tanto che il primo giudice sono loro stesse (47% rispetto al 39% degli uomini) seguite, con notevole distanza, dal partner (17% rispetto al 27% degli uomini).

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Italiani, a sorpresa popolo di vegetariani

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Mar 012018
 

Il popolo dei vegetariani in Italia è in aumento. La conferma arriva dal Rapporto Italia Eurispes 2018. Se negli ultimi cinque anni il numero dei vegetariani ha avuto un andamento altalenante,  erano infatti il 6,5% nel 2014, il 5,7% nel 2015, il 7% nel 2016 e il 4,6% nel 2017, ora il 6,2% del campione intervistato si dichiara vegetariano. Crescono quindi coloro che hanno optato per una scelta vegetariana, ma diminuiscono quanti si dichiarano vegani: dal 3% del 2017 allo 0,9% nel 2018. Risultati che fanno pensare a un’alternanza fra periodi di vegetarianesimo e di veganismo, e periodi di ritorno a un’alimentazione tradizionale.

Ormai però in quasi tutte le mense scolastiche è prevista la possibilità di fare richiesta per menu alternativi, e dal portale di recensioni Tripadvisor emerge che su un totale di 225.490 ristoranti recensiti in Italia il 23,4% propone menu vegetariani, e il 17,2% vegani.

Vegetariani, vegani, ma anche crudisti e fruttariani

Anche più che vegetariani. Fra chi si dichiara vegetariano o vegano, molti affermano di seguire anche regimi alimentari ancora più stringenti. In particolare, il 32,1% dichiara di associare a questo tipo di diete anche un’alimentazione crudista, ovvero il consumo di cibi non sottoposti a cottura, il 23,1% segue un’alimentazione fruttariana, prevalentemente (o esclusivamente) di frutta, mentre solo il 12,8% aderisce alla paleo-dieta, che prescrive un ritorno alle origini in tema di alimentazione.

Una scelta di salute e di rispetto per gli animali

La maggior parte di chi ha deciso di seguire una dieta green lo fa perché convinto degli effetti positivi sulla salute (38,5%), il 20,5% per amore e rispetto nei confronti degli animali, mentre il 14,1% per mangiare meno e meglio. Solo il 3,8% è mosso principalmente da valutazioni sull’impatto ambientale, o dalla sola curiosità (3,8%). Ed è dopo i 65 anni di età che si fa strada in modo più marcato l’idea che rinunciare a carne e pesce faccia bene alla salute (60%), mentre il rispetto nei confronti degli animali è all’origine del cambio di dieta soprattutto per i 25-34enni (40%).

Una strada difficile? Solo per chi viaggia

Se la maggior parte (60,8%) dei vegetariani e dei vegani italiani afferma di non trovare alcuna difficoltà nel reperire i prodotti vicino casa o nelle mense dei luoghi di lavoro (44%), nel 73,6% dei casi mangiare in aereo, treno, nave e sulle autostrade diventa un problema. Ma anche ai ricevimenti di cerimonie, feste o eventi (67,6%). O, a sorpresa, al ristorante/bar (55,4%).

Gli italiani sono però divisi fra chi attribuisce al veganismo un’accezione positiva (50,6%) e quanti ne rilevano soprattutto gli aspetti negativi (49,4%). A giudicare in maniera positiva il veganismo sono i più giovani, mentre il 30,3% la ritiene una scelta estrema e radicale. E il 19,1% afferma che questo stile di vita spesso è accompagnato da fanatismo e intolleranza.

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Dolori d’ufficio, un costo sociale da 3,36 miliardi l’anno

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Gen 262018
 

Lavoro, quanto mi fai male… si potrebbe sintetizzare così una recente ricerca condotta da Loudhouse e presentata al Ministero della Salute nell’ambito del convegno ‘Salute in ufficio’. In base ai dati raccolti, infatti, si evince che ben otto individui su dieci, negli ultimi tre anni, soffrono o hanno sofferto di disturbi legati al modo in cui si lavora. In effetti, la “colpa” di questi acciacchi – peraltro realmente fastidiosi e con pesanti ricadute in termini di costo sociale – non è del posto di lavoro, ma della cattiva postura adottata durante le ore di ufficio.

Mal di schiena e mal di testa i più diffusi

La ricerca mette in luce che, nell’ampia gamma di dolori e doloretti, i più diffusi in ufficio siano il mal di schiena e il mal di testa. I numeri ottenuti dallo studio, in effetti, fotografano un mondo del lavoro particolarmente “acciaccato”: il 61% degli intervistati ha accusato mal di schiena, il 55% mal di testa, il 49% la tensione o il dolore alle spalle, il 49% problemi agli occhi, il 47% dolore al collo, il 31% dolore al polso o al braccio.

La colpa? Delle brutte abitudini alla scrivania

La responsabilità dei dolori accusati negli ambienti di lavoro, e si fa riferimento in particolare modo a mansioni in ufficio, è in gran parte riconducibile alle cattive abitudini dei singoli. Ad esempio, tra gli intervistati il 97% ha dichiarato di avere quella di stare seduto e di non muoversi, il 90% tiene una posizione ingobbita, l’85% incrocia le gambe.

Il prezzo della cattiva postura? 3,36 miliardi all’anno

Questo scenario di abitudini scorrette sul posto di lavoro e conseguenti dolori ha un prezzo, e che prezzo. In base alle stime, i costi per assenteismo collegati a disturbi posturali in Italia toccherebbero i 3,36 miliardi di euro ogni anno.

L’appello del ministro Lorenzin 

“Rendere salubri luoghi vuol dire migliorare qualità vita” ha affermato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin durante il convegno ‘Salute in ufficio’ organizzato a Roma nella sede dello stesso ministero. “Abbiamo inserito il tema della salute nelle città nel contesto più ampio del G7 sull’impatto dei cambiamenti climatici. Siamo in un processo di trasformazione enorme, che impatta sulla vita delle persone, e che è dovuto ai cambiamenti climatici, all’inquinamento e ai modi di vivere”. Che ha concluso: “Rendere salubre il luogo dove viviamo vuol dire renderci sani e rendere migliore la nostra vita. Sono le piccole scelte a portare le grandi trasformazioni”.

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Studenti universitari? Digital sì, ma non abbastanza

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Gen 102018
 

Gli universitari italiani hanno sì conoscenza delle tecnologie e un approccio digital, ma non abbastanza. La dimostrazione? Tre imprese su quattro non trovano laureati sufficientemente qualificati in tale ambito. Questo è solo uno dei risultati della ricerca ‘Il futuro è oggi: sei pronto?’ sulle capacità digitali e la sensibilità imprenditoriale degli studenti universitari italiani, condotta da University2Business, società del Gruppo Digital360, in collaborazione con Enel Foundation. Lo studio ha analizzato un campione di 2.161 studenti statisticamente significativo dell’intera popolazione degli universitari italiani, per approfondirne la preparazione sull’innovazione digitale e sull’imprenditorialità.

Solo il 30% dei giovani sa veramente muoversi nel mondo digital

Potrebbe apparire un paradosso, eppure stando alla ricerca solo il 30% degli universitari – in media – sa correttamente cosa siano gli strumenti dell’innovazione digitale applicati al business come ‘mobile advertising’, ‘cloud’, ‘fatturazione elettronica’ o ‘big data’ (erano il 25% due anni fa). Un altro 60% non ha mai sentito nominare alcune delle principali aree dell’innovazione digitale, come blockchain, Internet of Things o Industria 4.0.

Promossi in teoria, ma nella pratica…

La questione si fa ancora più seria quando si passa dalla teoria alla pratica. In questo caso, solo uno studente su 5 (per la precisione il 21,5%) ha esperienza reale nella gestione di attività digital. Questa la suddivisione degli skills, in base all’analisi: il 38% ha già venduto online, il 26,9% gestisce una pagina Facebook, soltanto l’11,4% ha un canale YouTube e il 9,8% un proprio sito o blog. In controtendenza, per fortuna, la capacità di sviluppare software: sarà forse da nerd, ma 4 universitari su 10 hanno ben compreso l’importanza di questa attività. Il 16% sa sviluppare, il 29% si è attivato per imparare.

Da studenti a businessman

Nonostante i tempi non facili, i ragazzi italiani non si lasciano scoraggiare e, anzi, manifestano una certa attitudine a fare impresa. Il 27% ha avuto almeno un’idea di business, anche se poi non sa cosa fare concretamente per avviarla. Peccato però che solo il 19% degli intervistati pensi che il digitale favorisca lo sviluppo di modelli di business innovativi e discontinui rispetto al passato. Eppure sono ben 2.140 in totale gli insegnamenti delle università italiane con contenuti formativi su temi digitali e imprenditoriali.

Il gap si riduce

“Il gap di competenze digitali degli studenti universitari si sta riducendo: negli ultimi due anni, è raddoppiata la percentuale di coloro che hanno sviluppato progetti digitali concreti e possiedono un’elevata conoscenza teorica, passata dal 6% al 12%, è calata sensibilmente la quota di coloro senza competenze teoriche e concrete, passata dal 67% al 54%. Ma non è sufficiente: una fetta ancora troppo grande degli universitari è ancora inconsapevole di quanto il digitale stia trasformando la cultura aziendale, i processi e i modelli di business, con una scarsa conoscenza teorica e un’ancora più lacunosa competenza pratica. Gli atenei stanno aggiornando la loro offerta formativa, ma anche le imprese, che scontano difficoltà nel reclutamento di profili adeguati, devono fare la loro parte, aumentando gli investimenti in piani di formazione che mettano al centro competenze digitali e imprenditoriali”, ha spiegato Andrea Rangone, Ceo di Digital360.

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Ragazzi, l’11,2 % dei giovanissimi a rischio iperconnessione

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Dic 182017
 

I dati si riferiscono a uno studio condotto a Bergamo, ma certamente possono essere sovrapponibili a tutta la realtà nazionale. I ragazzi sono iperconnessi, in alcuni casi in modo patologico. Il 98% degli studenti tra i 15 e i 19 anni della provincia di Bergamo, senza differenza di genere e classi di età, si è connesso a internet nel corso dell’anno: il 18% per meno di un’ora al giorno, il 54% da 1 a 5 ore, il 14% è rimasto connesso per tutto il giorno. E il 6,9% ha avuto un utilizzo di Internet definibile “a rischio”. Ecco i dati emersi dall’indagine ESPAD realizzata sulla popolazione studentesca della provincia di Bergamo dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche in collaborazione con l’Osservatorio Dipendenze di Ats Bergamo.

Chi è maggiormente a rischio?

“Lo studio ci ha consentito di rilevare anche che la quota di studenti con profilo a rischio tende ad aumentare in corrispondenza delle ore trascorse a fare attività on-line. È emerso infatti che è a rischio il 30% di chi giornalmente naviga su internet per più di 6 ore, contro il 2% di chi è collegato per circa 1 o 2 ore. Numeri inequivocabili che ci impongono una particolare attenzione proprio alle fasce adolescenziali e dei giovani adulti, sicuramente più sensibili e più esposte al rischio” spiega Elvira Beato, Assistente Sociale Specialista, Responsabile dell’Osservatorio delle Dipendenze Ats Bergamo.

Online fin da bambini, anche sui social

Secondo l’indagine, il 93% degli adolescenti che si è connesso durante l’anno ha utilizzato Internet in un giorno infrasettimanale qualsiasi per chattare oppure partecipare ai social network, l’84% per leggere quotidiani, il 78% per scaricare film o musica e il 37% per accedere a siti specificatamente rivolti ad adulti (il 37% anche tra i soli minorenni). Il 14% degli studenti italiani si dedica a giochi di abilità (come il Sudoku) e il 33% a giochi di ruolo, soprattutto i minorenni.

“Dalle rilevazioni è emerso che l’uso di internet si sta progressivamente anticipando. Accade sempre più spesso che anche bambini molto piccoli navighino da soli. Se è vero però che i bambini tra gli 8 e i 10 anni sono più sorvegliati, è vero altrettanto che per questa fascia si ha una percezione del rischio minore. Viceversa, tra gli 11 e i 13 anni, c’è maggiore autonomia nella gestione delle connessioni, ma anche minore percezione del rischio. Dati che devono farci riflettere anche perché i pericoli a cui i nostri figli si espongono sono tantissimi” precisa il dottor Luigi Greco, pediatra di famiglia.

Piccoli ma con il loro device

Il 97% degli intervistati afferma di avere dei dispositivi con cui accedere alla rete (il 72% addirittura attraverso uno smartphone personale) e l’83% dispone di questi strumenti tutti i giorni, con limitazioni di orario (il 60%) o senza (il 30%) in orari giornalieri mentre il 9% ne fa uso anche di notte. Solo nell’ultimo anno l’età media di primo utilizzo di un web device si è abbassata da 9 anni (2016) a 7 anni e mezzo (2017). Il 17% invia foto personali, il 4,4% chatta con sconosciuti e il 1,4% invia dati personali a sconosciuti; in generale gli strumenti informatici vengono utilizzati per navigare in Internet, scaricare musica, giochi, effettuare ricerche scolastiche, vedere filmati su YouTube e chattare sui social media. Dal 2016 al 2017 non ci sono grossi cambiamenti per quanto riguarda i dati sulla sorveglianza parentale: circa il 20% dei ragazzi non è controllato dai genitori mentre naviga.

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Occhio a quel che mangi: si allunga la black list dei cibi pericolosi

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Nov 132017
 

Aiuto, anche scegliere cosa mangiare sta diventando un’operazione che richiede competenze da 007. Già, perché sono sempre di più le insidie e i pericoli per la salute nascosti dentro carne, pesce, ma anche integratori e frutta secca. L’allarme arriva dal dossier Coldiretti ”La classifica dei cibi più pericolosi” presentato al Forum dell’Agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio, sulla base delle rilevazioni dell’ultimo rapporto Sistema di allerta rapido europeo.

Dalla Turchia la gran parte degli alimenti a rischio

Giusto per stare tranquilli, l’analisi riporta che sono 2.925 gli allarmi scattati nell’Unione europea, con la Turchia che è il paese che ha ricevuto il maggior numero di notifiche per prodotti non conformi (276). Alle spalle la seguono la Cina (256), l’India (194), gli Stati Uniti (176) e la Spagna (171). Nel 2016 sono stati importati dalla Spagna in Italia 167 milioni di chili di pesce, in aumento del 5% nel primo semestre del 2017, mentre sono quasi 2 milioni i chili di pistacchi arrivati dalla Turchia che ha esportato in Italia anche quasi 3 milioni di fichi secchi e 25,6 milioni di chili di nocciole che rientrano nella lista nera per elevato rischio.

Il podio della black list

I primi tre gradini del podio della lista nera alimentare sono occuparti, nell’ordine, da il pesce spada e il tonno dalla Spagna inquinato da metalli pesanti, dagli integratori e i cibi dietetici con ingredienti non autorizzati dagli Stati Uniti e dalle arachidi dalla Cina contaminate da aflatossine cancerogene. Al quarto posto della classifica si trovano i peperoni  provenienti dalla Turchia che – spiega la Coldiretti – ha fatto registrare contaminazione oltre i limiti consentiti di pesticidi,  mentre preoccupante è la situazione della frutta secca, come i pistacchi provenienti dall’Iran e i fichi secchi dalla Turchia, che sono rispettivamente al quinto e sesto posto, entrambi fuori norma per la presenza di aflatossine, considerate cancerogene anche dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (EFSA). Seguono le carni di pollo provenienti dalla Polonia, che sono state oggetto di allarme per contaminazioni microbiologiche oltre i limiti di legge, in particolare di salmonella.

E in Italia?

La Coldiretti rassicura: l’agricoltura italiana è la più green d’Europa con 292 prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp), il divieto all’utilizzo degli Ogm e il maggior numero di aziende biologiche, ma è anche al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,5%), quota inferiore di 3,2 volte alla media Ue (1,7%) e ben 12 volte a quella dei Paesi terzi (5,6%).

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Eccesso da videogiochi, in pericolo la vista dei più piccoli

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Ott 132017
 

I videogiochi sono divertenti, lo sanno tutti. Per i bambini, poi, rappresentano un’attrazione irresistibile e spesso sono i compagni delle ore pomeridiane. Però un eccesso di tempo trascorso davanti ai videogame o agli schermi in generale potrebbe compromettere, e anche in maniera seria, la vista dei più piccoli. A darne la conferma con uno studio scientifico pubblicato su una prestigiosa rivista medica è proprio un’equipe di oculisti italiani, che per la prima volta parla di “una vera e propria Sindrome da videogiochi”.

I segnali da non sottovalutare

In base allo studio, ripreso anche dalle maggiori agenzie di stampa italiane, i segni che qualcosa non va sono evidenti. Mal di testa, tic palpebrali, diplopia transitoria e vertigini, assenza di stereopsi fine (capacità di percepire la profondità di campo) e comparsa di vizi di refrazione (astigmatismo, miopia, ipermetropia), soprattutto nell’occhio dominante, sono i problemi più frequenti riscontrati nei bambini di età compresa tra i tre e i dieci anni che trascorrono molte ore alle prese con i videogiochi.

Le probabile relazioni tra videogame e vista

La ricerca condotta dagli oculisti italiani ha esaminato proprio il possibile rapporto tra esposizione ai videogiochi e schermi in generale e insorgenza di problemi visivi nei bambini di età compresa tra la prima infanzia e l’età scolare. L’equipe ha esaminato 320 bambini (159 maschi e 161 femmine) che usano videogiochi. Tutti i pazienti, di età compresa tra 3 e 10 anni, sono stati reclutati in un’unità ambulatoriale accreditata dal Servizio sanitario nazionale. Due i gruppi esaminati in base al tempo medio giornaliero trascorso ai videogiochi: meno di 30 minuti al giorno e non tutti i giorni, (gruppo di controllo) e più di 30 min/giorno, ogni giorno (gruppo videogioco). Ogni gruppo a sua volta è stato diviso in due sottogruppi, in base al tempo in cui utilizzavano TV, PC, tablet, smartphone per più o meno di 3 ore al giorno.

I risultati della ricerca

“I segni riscontrati frequenti e peculiari nel gruppo videogioco evidenziano che ci troviamo di fronte a una autentica sindrome visiva da videogiochi che stiamo studiando per una migliore definizione medico-clinica. È importante riconoscere questi sintomi come possibili disturbi funzionali per evitare interventi diagnostici (risonanze magnetiche) e terapeutici (prescrizione lenti) errati. D’altra parte è bene che i genitori siano a conoscenza dei rischi che corrono i bambini durante l’uso dei videogiochi per il loro sistema visivo” ha dichiarato alla stampa Caterina Rechichi, del Servizio sanitario nazionale di Reggio Calabria.

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WhatsApp, raggiunto e superato il miliardo di utenti al giorno

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Set 272017
 

Numeri stratosferici per WhatsApp, la chat più famosa e più utilizzata nel mondo. Il sistema di messaggistica di Mark Zuckerberg, infatti, ha superato la soglia di un miliardo di utenti al giorno. E ora punta ancora più in grande.

Il messaggio di Marck Zuckerberg

“Congratulazioni al team che lavora a Whatsapp che connette un miliardo di persone ogni giorno nel mondo” ha comunicato lo stesso Zuckerberg attraverso un post e un messaggio sul blog di WhatsApp. “Solo un anno fa abbiamo annunciato che un miliardo di persone nel mondo usano Whatsapp ogni mese. Oggi siamo entusiasti e fieri nel dire che un miliardo di persone ogni giorno usano Whatsapp per rimanere in contatto con la loro famiglia e i loro amici”. “Che si tratti di condividere foto e video personalizzati, di fare una videochiamata, o di aggiornare gli amici nell’arco della giornata pubblicando uno stato, comunicare su WhatsApp non è mai stato così semplice e personale. Siamo onorati del fatto che così tante persone utilizzino queste nuove funzionalità per comunicare tra di loro nel modo che preferiscono” appare ancora nel blog.

Tutti i numeri del colosso delle chat

La chat acquistata da Facebook nel 2014 ha annunciato anche tutte le sue performance: un miliardo di utenti attivi ogni giorno; ,3 miliardi di utenti attivi ogni mese; 55 miliardi di messaggi spediti ogni singolo giorno. E ancora: le foto condivise quotidianamente sono 4,5 miliardi, mentre i video raggiungono quota 1 miliardo. Gli Status, la funzione che permette di condividere foto e video per 24 ore prima dell’auto cancellazione, viene utilizzata da 250 milioni di persone ogni giorno. Il tutto scritto e trasmesso in 60 lingue diverse e supportate.

Arriva la versione Business?

Forte di questi successi, WhatsApp ha attivato i primi test per WhatsApp Business, uno strumento pensato appositamente per le aziende che vogliono garantire assistenza e servizi ai propri clienti in chat. Le imprese presenti su WhatsApp Business, stando ai primi rumors, avranno un profilo verificato e soprattutto un’icona specifica che garantirà affidabilità agli utenti. Gli utenti, tranquillizzano da WhatsApp, non sanno però tempestati da spam e messaggi indesiderati: saranno invece loro a dover dare l’approvazione alle aziende per contattarli. Tra le prime realtà a collaudare le nuove funzioni di WhatsApp c’è la compagnia aerea Klm: il gruppo olandese offrirà ai propri passeggeri la conferma della prenotazione, la notifica del check-in, la carta d’imbarco e le informazioni relative al volo via chat.

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Il poker campano dell’abbigliamento

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Set 062017
 

Era il 2003 quando H&M, marchio svedese di abbigliamento, entrava nel mercato italiano ridefinendone i contorni. Di colpo alcuni brand storici dell’abbigliamento made in Italy apparivano un po’ vetusti per collocazione di mercato, come nel caso di Benetton (posizionato su una fascia di prezzo non proprio popolare) oppure con brand percepiti come tradizionalisti, come nel caso di Conbipel. L’imprenditoria italiana è però riuscita a produrre adeguate contromosse, seguendo la strategia di H&M legata a una qualità media dei capi, proposti però in una formula di tendenza, e a punti vendita aperti in posizioni strategiche, come centri commerciali e centri storici cittadini.

In Campania, terra dove genio e creatività spesso s’incontrano insieme a una sana dose di spregiudicatezza, sono nate negli ultimi decenni aziende di abbigliamento nuove per filosofia e proposte. Senza la pretesa di un elenco esaustivo, un fantastico poker viene a configurarsi pensando ai brand Alcott, Clayton, Cotton & Silk e Piazza Italia, tutti nati nella regione campana. Il primo è detenuto dal Gruppo Capri insieme al marchio Gutteridge, e i dati riferiti al 2013 testimoniavano un fatturato  di oltre 155 milioni di euro, in crescita del 38,7%. Nata nel 1988 con l’idea di offrire un prodotto di tendenza a prezzo democratico, Alcott ha ora un flagship store a Milano (via Torino) e la forza necessaria per aprire punti vendita perfino in Regno Unito. Anche Clayton, marchio di proprietà di Essemoda, ha in programma l’apertura di nuovi negozi, che saranno almeno una ventina l’anno. Nel frattempo è pronta una piattaforma e-commerce che consente di vendere in 25 diversi paesi europei, e questa forza di fuoco dovrebbe consentire un fatturato intorno ai 70 milioni di euro nel corso del 2017.

Cotton & Silk punta esclusivamente all’abbigliamento uomo, seguendo la linea “elegant syle & casual fashion” attraverso oltre 100 punti vendita sparsi per l’Italia, ma è Piazza Italia a presentare i dai migliori in termini di fatturato. L’azienda è portatrice di una sfida originale, cioè quella di pensare alla moda della gente comune, magari rinunciando a quel tocco moderno sfoggiato dai tre marchi sopracitati e spingendo, invece, su un invidiabile rapporto qualità prezzo. Il tentativo di essere percepiti come trendy è comunque ricercato attraverso l’advertising classico, dove in passato si è scelta Belen Rodriguez come testimonial. Altre campagne, tuttavia, hanno puntato sull’idea di “family fashion”, indirizzando l’offerta a diversi target e seguendo un’idea di moda che riguarda tutti. Così Piazza Italia nel 2016 ha superato i 500 milioni di euro di fatturato, contando su una cinquantina di store sui mercati internazionali: Est Europa, ma anche Arabia Saudita e Tunisia.

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