Vacanze e smartphone, arriva il galateo per i Millennials

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Lug 242019
 

Utilizziamo lo smartphone mentre camminiamo per strada, ai concerti le torce hanno sostituito gli accendini, e riusciamo a farne un utilizzo smodato perfino quando siamo alla guida. Ma come ci dobbiamo comportare in spiaggia con il telefono? Secondo il Trend Radar di Samsung, condotto con metodologia WOA (Web Opinion Analysis) su 1.500 giovani compresi tra i 25 e i 35 anni, lo smartphone si conferma in assoluto il compagno di viaggio preferito in vacanza (88%). L’oggetto da portare sempre con sé in spiaggia, seguito dal tablet (55%) e dall’e-Reader (44%). I giovani lo portano con sé per restare informati su cosa succede nel mondo (85%), per l’aiuto che può dare durante il viaggio (71%), per scattare foto e video (65%) e per restare in contatto con i familiari (59%).

Il 49% dei giovani ne limita l’uso durante le ferie

L’89% degli intervistati in vacanza lo usa soprattutto per scattare foto e video, il 68% chatta con gli amici, il 61% cerca eventi e ristoranti. Il 49% dichiara però di limitarne l’uso durante le ferie, soprattutto per staccare dal resto del mondo (68%), oppure per la paura di rovinarlo al sole (61%), per non disturbare gli altri (51%), o per paura di dimenticarlo in giro (47%). Limitarne l’uso per i Millennails di fatto significa spegnerlo in spiaggia (41%), lasciarlo a casa quando si è fuori (28%), metterlo in modalità aerea (19%), oppure togliere la connessione internet (12%).

Seguire le regole del galateophone

Il timore maggiore dei Millennials è che lo smartphone si bagni (73%), ma anche che la batteria si scarichi più velocemente (68%) o si surriscaldi (56%), oppure semplicemente di perderlo (51%), o di rovinarlo con la sabbia (47%).

Per aiutare a mandare in vacanza lo smartphone, Samsung ha stilato un Galateophone, una serie di semplici regole legate all’utilizzo dei telefoni cellulari durante la stagione estiva. Si tratta di consigli per attuare una modalità diversa, più rilassata, di utilizzare la nostra personalissima scatola nera, affinché la convivenza tra spiaggia e tecnologia sia del tutto pacifica.

Regola numero 1, abbassare la suoneria

La parola chiave in spiaggia è “silenzioso”, no quindi alla suoneria alta, stop agli sms continui e agli squilli. Stop al vivavoce, no a video e musica a tutto volume, stop anche agli occhi fissi sul telefono: il paesaggio merita di essere contemplato. E poiché privacy is the key, stop alle videochiamate con il rischio di filmare inavvertitamente il vicino di ombrellone, riporta Agi.

Niente di eccezionale, sono norme di comportamento che non avrebbero bisogno di essere raccolte e diffuse. Ma delle quali, a quanto pare, abbiamo forte necessità.

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La crisi dei camici bianchi, 7 medici su 10 a rischio fuga nei prossimi anni

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Giu 172019
 

“Sette giovani medici su dieci potrebbero andarsene dall’Italia nei prossimi anni, attratti da stipendi più congrui, da condizioni di lavoro migliori, da una qualità della vita più elevata”, dichiara Gabriele Gasparini, vicepresidente della Fondazione Ars Medica. I medici italiani sono in crisi, e allora, sognano di fuggire verso il prepensionamento, all’estero, o verso il privato. La conferma arriva dal sondaggio sulla crisi della Professione medica condotto dall’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Venezia. L’indagine è stata condotta su un campione di 498 medici e odontoiatri volontari, per il 64% uomini e per il 60% con oltre 55 anni, per lo più dipendenti (35%), convenzionati (29%), liberi professionisti (24%), ma anche in via di inserimento professionale, e pensionati.

A percepire il disagio soprattutto i più giovani

Quasi tutti i medici e gli odontoiatri intervistati ritengono che la loro professione sia in crisi (92%). In particolare, sono soprattutto i più giovani a percepire tale crisi: il 96% tra gli under 40, e il 93% sotto i 55 anni. Tuttavia, coloro i quali si trovano nel pieno della carriera manifestano un disagio maggiore. Il 60% dei 41-55enni infatti è molto d’accordo con l’affermazione. Inoltre, la crisi della professione medica è avvertita più dalle donne che dagli uomini.

Prima causa, l’eccessiva burocratizzazione

L’eccessiva burocratizzazione, riporta Askanews, viene individuata quale prima causa della crisi della professione medica, soprattutto dagli iscritti più maturi. Inoltre, più della metà di medici e odontoiatri attribuisce una significativa responsabilità ai vincoli della medicina amministrata e all’inadeguato finanziamento del SSN. Per un giovane medico su tre, pesa la difficoltà di relazionarsi con il paziente. La quasi totalità dei medici (91%) ritiene che le modalità oggi richieste nello svolgimento della professione influiscano negativamente sulla vita privata. Ma l’apice del disagio si riscontra nella fascia anagrafica centrale (41-55 anni).

Il 71% di chi ha meno di 40 anni sogna di scappare all’estero

Ma come reagire a questo disagio? Il 71% di chi ha meno di 40 anni sogna (47%) o ha già pianificato (14%) la fuga verso l’estero. Non è così, come era prevedibile, per gli over 55. Anche il prepensionamento però è un’idea che si potrebbe concretizzare a breve per quasi il 23% degli iscritti over 55. Con riferimento alla classe anagrafica centrale (41-55 anni), il 23% degli intervistati si dichiara disposto a ritirarsi anticipatamente dal lavoro, se la normativa lo consentisse, mentre il ritiro anticipato dal lavoro è una possibilità ancora lontana soprattutto per le donne (51%).

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Partite Iva, +7,9% nel primo trimestre 2019

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Mag 292019
 

Nei primi tre mesi del 2019 le partite Iva sono aumentate del 7,9% rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, e ne sono state aperte 196.060. La distribuzione per natura giuridica mostra che il 77% delle nuove aperture è stato aperto da persone fisiche, il 18,5% da società di capitali, e il 3,5% da società di persone. La quota dei “non residenti” e “altre forme giuridiche” rappresenta invece complessivamente l’1% del totale delle nuove aperture. Rispetto al primo trimestre del 2018 vi è stato un notevole aumento di avviamenti per le persone fisiche (+14%), dovuto alle crescenti adesioni al regime forfetario, mentre le forme societarie presentano significativi cali, -17,2% per le società di persone e -8,5% per le società di capitali.

Più della metà delle nuove aperture a regime forfetario

A quanto si legge nell’Osservatorio Mef (Ministero dell’economia e delle finanze), nel periodo in esame 104.456 soggetti hanno aderito al regime forfetario, pari a più della metà del totale delle nuove aperture (53,3%), con un aumento di adesioni di ben il 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’andamento è influenzato dalle modifiche normative introdotte con la legge di bilancio 2019, che ha elevato a 65.000 euro il limite di ricavi per fruire del regime forfettario con l’introduzione anche di alcune agevolazioni contributive per coloro che aderiscono. Tali modifiche hanno quindi avuto un duplice effetto: da un lato hanno determinato un aumento complessivo delle aperture di partita Iva, dall’altro una ricomposizione delle aperture a favore della natura giuridica di persona fisica e a sfavore delle forme societarie.

Attività professionali, il settore con il maggior numero di aperture

Riguardo alla ripartizione territoriale, il 45% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 22% al Centro e quasi il 33% al Sud e nelle Isole. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno 2018 mostra un generalizzato incremento di avviamenti, di cui i più notevoli in Valle d’Aosta (+26,9%), Calabria (+16%) e Liguria (+12,6%). Solamente in Abruzzo si registra una lieve flessione (-1,8%).

In base alla classificazione per settore produttivo, le attività professionali risultano il settore con il maggior numero di aperture, con il 20,2% sul totale, seguito dal commercio (17,8%) e dalle costruzioni (9,1%). Tra i settori principali i maggiori aumenti si notano nell’istruzione, nelle attività professionali e nei servizi alle imprese. Gli unici settori con calo di avviamenti sono l’agricoltura (-4,9%) e l’alloggio e ristorazione (-2,1%).

Il 45,7% delle nuove aperture avviato da giovani fino a 35 anni

Relativamente alle persone fisiche, riferisce Adnkronos, la ripartizione di genere mostra una sostanziale stabilità (maschi al 62,1%). Il 45,7% delle nuove aperture è stato avviato da giovani fino a 35 anni e il 32,2% da soggetti appartenenti alla fascia dai 36 ai 50 anni. Rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, tutte le classi di età registrano incrementi di aperture: il più consistente è il +39,3% della classe più anziana. Analizzando il Paese di nascita degli avvianti, si evidenzia che il 14,7% delle aperture è operato da un soggetto nato all’estero.

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Cercare un nuovo lavoro, i canali più usati dagli italiani

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Apr 292019
 

Se oltre otto italiani su dieci non hanno cambiato lavoro nell’ultimo anno, il 16% di loro nel 2018 ha iniziato a lavorare per un’altra azienda, e quasi uno su tre (il 30%) ha intenzione di cambiare nel corso del 2019. Fra i tre gruppi non si evidenziano però differenze marcate riguardo ai fattori su cui si basa la scelta del datore di lavoro. Per tutti infatti è il work-life balance l’elemento più importante, seguito da un’atmosfera piacevole al lavoro, una buona retribuzione e la possibilità di benefit. Si tratta di alcuni risultati della ricerca Randstad Employer Brand a livello globale dedicata all’employer branding, condotta appunto da Randstad, l’operatore mondiale nei servizi per le risorse umane.

Quali sono i canali più utilizzati per la ricerca di un’occupazione

I canali più utilizzati nella ricerca di un impiego, invece, sono diversi a seconda che si considerino coloro che hanno già cambiato lavoro o chi sta valutando nuove opportunità. Chi è alla ricerca di un’occupazione infatti utilizza soprattutto Infojobs (51%), le agenzie per il lavoro (50%) e altri portali di lavoro come Monster (48%). Poi, vengono i siti delle aziende (42%) e le conoscenze personali (40%), Google (34%) e i social media come LinkedIn (36%) e Facebook (22%).

Chi ha trovato un nuovo impiego lo ha fatto tramite conoscenze e agenzie per il lavoro

Chi ha già trovato un nuovo impiego lo ha fatto invece principalmente tramite contatti e conoscenze personali (38%) e le agenzie per il lavoro (21%). Al terzo posto vengono i portali, come Infojobs (16%), e Subito (16%), seguiti da altri siti dedicati al lavoro (13%), dalle sezioni “Lavora con noi” delle aziende (13%), il motore di ricerca Google (12%), i canali social come Facebook (12%), LinkedIn (13%) e Twitter (5%). Risultano invece meno efficaci per la ricerca i servizi per il pubblico impiego (8%), i recruiter (4%) e le fiere (3%).

Nove dipendenti potenziali su dieci verificano la reputazione dell’impresa

Durante la ricerca di un impiego, quasi nove potenziali dipendenti su dieci verificano la reputazione delle imprese per cui si stanno candidando (88%). Questa azione, riporta Adnkronos, viene compiuta prevalentemente consultando i siti aziendali (48%), poi attraverso le opinioni di famigliari e amici (40%), le bacheche o i portali di annunci di lavoro (40%), visitando l’azienda come nel caso di ristoranti e negozi (35%) e LinkedIn (31%). Anche in questo caso, emergono importanti differenze fra le diverse fasce anagrafiche: i più giovani usano soprattutto l’advertising e LinkedIn per controllare la reputazione aziendale, mentre i senior si affidano maggiormente alle opinioni di famigliari e amici (il 39% dei 35-54enni) o visitano di persona l’azienda.

 

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Crescono le imprese del digitale in Lombardia

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Mar 282019
 

Le imprese del digitale in Lombardia continuano a crescere, e arrivano a 24 mila, cresciute del +4% in un anno, e oltre +15% in cinque. Con 131 mila addetti, e oltre 20 miliardi di valore della produzione, tra e-commerce, software, servizi e portali web questi i numeri delle imprese che operano nel mondo del digitale nella regione, secondo i dati elaborati dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza e Lodi, per l’anno 2018, 2017 e 2013.

Nell’ultimo anno trainano la crescita regionale Cremona, con il 7% in più di imprese e Milano (+5%).

Milano è prima per numero di imprese e addetti

In Lombardia sono 4.000 le imprese specializzate in e-commerce, per un totale di 7000 addetti, quasi 2.000 da reti internet e telecomunicazioni, con oltre 2.000 addetti, 11 mila nel software e consulenza informatica, con 93 mila addetti. A cui si aggiungono 8 mila imprese tra elaborazione dati e portali web, che contano 29 mila addetti. Milano è prima per numero di imprese (13 mila) e addetti (97 mila), seguita da Brescia, con quasi 3.000 imprese e 8.000 addetti, Bergamo e Monza e Brianza, con 2.000 imprese e 5.000 addetti, e Varese, con oltre 1.000 imprese e 4.000 addetti.

In Italia 420 mila addetti impiegati nel digitale

In Italia sono 115 mila le imprese digitali, cresciute del +4% nell’ultimo anno, con 420 mila addetti e un giro d’affari di oltre 50 miliardi di euro. Sempre a livello nazionale, 19 mila sono le imprese specializzate in e-commerce, per un totale di 29 mila addetti, mentre 9 mila seguono le reti internet e le telecomunicazioni (14 mila addetti), e 45 mila il software e la consulenza informatica (270 mila addetti). A queste si aggiungono 42 mila imprese specializzate in elaborazione dati e portali web, con 108 mila addetti.

Prime in Italia per imprese Roma e Milano (13 mila), cresciute rispettivamente del +4% in un anno e del 21% in cinque, e del +5% e +19%. Seconda è Napoli (6.000 imprese, +7% e +28%), seguita da Torino (5.000, +2% e +8%), e Brescia (3.000, +4% e +13%). Bari, Firenze e Bologna, Padova, Bergamo e Monza contano oltre 2.000 imprese, Salerno e Palermo circa 2.000.

Le tecnologie più richieste dalle imprese, cloud ed e-commerce

Secondo l’analisi condotta dal Punto Impresa Digitale dell’ente camerale su 341 domande pervenute per il Bando Voucher Digitali I4.0 2018, la tecnologia più richiesta dalle imprese è il cloud (29%), ed è seguita dai sistemi di e-commerce (25,2%). La maggioranza delle imprese che ha richiesto un contributo per le tecnologie 4.0 è nata dopo il 2000 (67,7%) e più dell’80% ha un’ottima solidità patrimoniale. Nuove risorse a supporto dei processi di digitalizzazione saranno messe a disposizione delle imprese da parte della Camera di commercio anche per il 2019, tramite bandi di contributo che partiranno nelle prossime settimane

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Il Job hopping non sempre conviene. I consigli per fare carriera senza cambiare lavoro

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Mar 052019
 

Fedeltà all’azienda e posto fisso sono concetti fuori moda, e i giovani professionisti sono sempre più incoraggiati a fare esperienza di nuovi ruoli in aziende diverse per fare carriera più velocemente. Definiti la job hopping generation, i Millennials sembrano i più inclini a cambiare spesso impiego. Una strategia che però a lungo andare non sempre paga. Secondo gli esperti di Hays Response, la divisione di Hays dedicata ai profili più junior, si dà per scontato che crescita professionale e aumento di salario si ottengano solo cambiando lavoro. Tuttavia, le promozioni si possono conquistare anche rimanendo all’interno della stessa azienda. Non sempre la soddisfazione professionale deriva da un nuovo impiego.

Chiedersi se si sono sfruttate tutte le opportunità

Cambiare lavoro è utile per dare slancio al proprio curriculum, ma è possibile raggiungere posizioni più elevate anche lavorando per molto tempo nella stessa azienda. Per farlo è fondamentale avere in mente un chiaro percorso di crescita, riferisce Adnkronos, aggiornare costantemente le proprie skills ed essere sempre pronti a nuove sfide.

“Prima di abbandonare la nave è bene chiedersi se si sono sfruttate tutte le opportunità che l’attuale impiego può offrire – spiegano gli esperti – e, soprattutto, se si è fatto tutto il possibile per raggiungere i propri obiettivi di crescita all’interno dell’azienda”.

5 consigli per ottenere il massimo senza cambiare lavoro

Ecco i 5 consigli di Hays Response per ottenere il massimo a livello professionale, senza dover per forza cambiare lavoro. Il primo è non avere paura di chiedere. Quando si è alla ricerca di una nuova sfida, è sempre bene parlarne con il proprio capo. Generalmente, entusiasmo e proattività sono percepiti positivamente, ed è probabile che l’ambizione venga supportata.

Secondo consiglio, considerare la possibilità di un trasferimento. Se l’azienda è grande e strutturata, con sedi all’estero, si può prendere in considerazione l’idea di trasferirsi. Vivere e lavorare all’estero arricchisce il proprio bagaglio di conoscenze, ed esperienze di questo tipo sono sempre utili per mettersi in buona luce in vista di una promozione.

Mantenersi aggiornati, non accontentarsi e sapersi reinventare

Il terzo consiglio è quello di mantenersi sempre aggiornati. Quando si è nella stessa azienda da molto tempo si tende a dormire sugli allori. È necessario invece aggiornare le proprie competenze per adattarsi ai cambiamenti dell’organizzazione. E non accontentarsi o aspettare che promozioni e cambiamenti piovano dal cielo (quarto consiglio), ma essere proattivi e artifici del proprio successo.

Ultimo consiglio, essere in grado di reinventarsi. Passare da un ruolo a un altro o da una divisione all’altra all’interno dell’azienda può essere un ottimo percorso di crescita. La propria conoscenza dell’azienda e della cultura organizzativa è sempre un vantaggio, e aiuta ad adattarsi nella nuova posizione

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Milano, Monza Brianza e Lodi: nel 2018 aumentate le imprese del territorio

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Gen 302019
 

Brave le Lombarde, che si confermano ancora una volta campionesse di operosità e capacità imprenditoriale. A Milano, Monza Brianza e Lodi nel corso del 2018 sono ulteriormente aumentate le imprese attive, con una crescita rispetto ai 12 mesi precedenti dello 0,9%. La performance si deve soprattutto a Milano, che aumenta dell’1,2% e arriva a contare 303 mila imprese attive rispetto alle circa 300 mila dell’anno precedente, con un saldo positivo di 3.500 attività in più. Stabili Monza Brianza e Lodi così come Lombardia e Italia.

Insieme rappresentano circa la metà del totale regionale

I tre territori, messi insieme, arrivano a quasi 382 mila imprese e rappresentano circa la metà del totale regionale (46,4%) e il 7,4% di quello nazionale. Le imprese attive nell’area si riferiscono soprattutto ai settori del commercio (95 mila di cui 75 mila a Milano dove sono stabili), delle costruzioni (56 mila di cui 41 mila a Milano, rispettivamente +0,3% e +0,5%) e delle attività immobiliari (36 mila di cui 30 mila a Milano, +0,7% e +1,1%).

I settori che crescono di più

A Milano, tra i primi settori, crescono soprattutto le attività finanziarie e assicurative e quelle professionali, scientifiche e tecniche (+4%), i servizi alle imprese (+2,8%) e le attività di alloggio e ristorazione (+2%). A Monza e Brianza i servizi alle imprese e le attività professionali, scientifiche e tecniche (+2%). A Lodi i servizi di informazione e comunicazione (+2%) e la ristorazione (+1,3%). Il quadro, decisamente positivo, emerge da una elaborazione della dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su fonte registro imprese anno 2018 e 2017.

Stranieri, donne e giovani in pole position

Stranieri a Milano a quota 16% pari a 48.916 imprese (erano il 15,7% nel 2017); sono invece 53.680 le attività a guida femminile, pari al 18% del totale (erano il 17,6%); imprese giovanili 24.479, pari all’8% (erano l’8,1% nel 2017). A Monza Brianza stranieri a quota 6.718 imprese (11%); imprese femminili al 18% (11.597); imprese giovanili 5.528 (9%). A Lodi imprese straniere 1.889 (13%); imprese femminili 2.801 (19%), imprese giovanili 1.371 (10%).

Due milioni e mezzo di addetti

Le imprese di Milano Monza Brianza e Lodi hanno una valenza importante anche per l’occupazione. Insieme hanno dato lavoro, nel 2018, a 2 milioni e mezzo di addetti, di cui 2,2 milioni solo a Milano. Rappresentano il 60% del totale lombardo di 4 milioni e un lavoratore su sette in Italia (14,4%). È il commercio tra ingrosso e dettaglio il settore con il maggior numero di addetti (478 mila di cui 419 mila a Milano) seguito dai servizi alle imprese (445 mila di cui 430 mila a Milano) e dal manifatturiero (451 mila di cui 356 mila a Milano).

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Italia regina dell’export dei prodotti food per Natale

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Gen 032019
 

Feste da export per l’Italia: dallo spumante al panettone, l’export tricolore dei prodotti delle feste vale circa 230 milioni nel mese, +6% in un anno. Dallo spumante per brindare con ostriche e caviale alle decorazioni, dalle immancabili lenticchie con il cotechino al Panettone tipico, sono tra i prodotti italiani per le festività che partono per il mondo per un valore di quasi 200 milioni al mese. Sono 2,2 miliardi di euro nei primi nove mesi del 2018, in crescita del 6,1% rispetto al 2017, pari a circa 230 milioni di euro al mese.

La mappa dei “compratori” del Made in Italy

Ma dove vanno tutte queste goloserie Made in Italy? Il mondo anglosassone è quello che apprezza di più i prodotti per le feste: Regno Unito e Stati Uniti sono infatti le prime mete dell’export nazionale, in crescita rispettivamente dello 0,21% e del 10,2%. Terza la Francia, +8,2%. Vengono poi Germania, Svizzera e Belgio. Ma a crescere di più è l’export con la Svezia, +27%, e con il Canada (+25%). Per gli addetti ai lavori, interessati a conoscere le destinazioni dell’export, quali siano i maggiori mercati di sbocco e i prodotti più apprezzati, c’è la mappa: “Feste ed export: i prodotti italiani nel mondo”, realizzata dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi in collaborazione con Promos, la sua azienda speciale per le Attività Internazionali.

Bollicine, panettone e Co., ecco i principali estimatori

Lo spumante e il prosecco prendono la via di Regno Unito (282 milioni, +5,3%) e Stati Uniti (245 milioni, +13%) ma è in forte crescita la richiesta da Belgio (+33,5%) e Svezia (+31,6%). Il panettone e i prodotti di pasticceria raggiungono soprattutto la vicina Francia (173 milioni, +5,3%) ma è sempre più apprezzato anche in Australia (+5,4%). Prosciutti e cotechini arrivano in Francia (29 milioni, +5,6%) e Germania (23 milioni, +11,4%), in forte crescita il Canada (+392%). Il caviale è richiesto in Francia ma anche in Estonia (per oltre un milione di euro ciascuna) mentre i crostacei in Francia e Germania ma anche nella Rep. Ceca (+66%). Cresce la richiesta di lenticchie in Francia, Svizzera e Canada. Gli oggetti per le feste vanno negli Stati Uniti e le ghirlande elettriche decorative in Francia così come i fuochi d’artificio in Francia. Per le vacanze sulla neve ad apprezzare di più gli sci e le attrezzature da sci italiane sono gli Stati Uniti (19 milioni, +11,8%) e l’Austria, mentre i pattini da ghiaccio raggiungono Francia, Germania ma anche il Giappone. Tra le mete extraeuropee più lontane, pur se su cifre minori, ci sono tra i primi 10: il Giappone per i vini, il Qatar e l’Arabia Saudita per oggetti decorativi e ghirlande elettriche, il Giappone, Hong Kong per il caviale, il Canada per i fuochi d’artificio, il Canada, il Giappone e la Cina per le attrezzature da sci.

Panettone e dolci, il primato della Lombardia

Per quanto riguarda il tradizionale panettone, ma anche altri prodotti da forno e di pasticceria, la Lombardia ne esporta per un valore di circa 54 milioni di euro al mese, pari a 322 milioni di euro nei primi sei mesi del 2018. Tra panettoni, pasticceria e pane da Milano partono prodotti per quasi 157 milioni di euro (+2%). Seconda è Brescia con 45 milioni (+1,5%), terza Varese con 33. In crescita Mantova con 31 milioni (+21%), +17% anche per Pavia e Monza e Brianza.

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Riciclare, che business. L’economia circolare vale come il settore dell’energia

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Dic 042018
 

In Italia l’economia circolare vale 88 miliardi di fatturato e 22 miliardi di valore aggiunto, pari all’1,5% del valore aggiunto nazionale. Ovvero, l’economia circolare in Italia equivale, in quanto a numeri, sia al settore energetico nazionale, sia a quello tessile, ed è poco distante dal  valore aggiunto dell’agricoltura. Ancora, il settore dà lavoro a più di 575 mila addetti.

Scatta la fotografia di questo nuovo mondo, non più votato allo spreco ma alla circolarità di beni e prodotti, l’indagine “L’Economia Circolare in Italia – la filiera del riciclo asse portante di un’economia senza rifiuti” di Ambiente Italia, frutto del lavoro del Gruppo Riciclo e Recupero del Kyoto Club.

Lo studio è stato commissionato da Conai con i Consorzi nazionali per il riciclo degli imballaggi (Cial, Comieco, Corepla e Ricrea) e dal Gruppo Cap, il gestore del servizio idrico della città metropolitana di Milano. In base a quanto evidenziato dall’indagine, l’economia circolare non riguarda solo ciò che succede dopo la produzione e il consumo di un bene, ma inizia dalla progettazione, realizzando un sistema più efficiente riguardo all’uso di risorse, con ampio ricorso a quelle rinnovabili. E comprende anche un atteggiamento più consapevole e responsabile da parte del consumatore.

In Italia si ricicla il 67,5% dei rifiuti di imballaggio

Solo nel 2017,  in Italia è stato avviato a riciclo il 67,5% dei rifiuti di imballaggio immessi al consumo sull’intero territorio nazionale, per un totale di 8,8 milioni di tonnellate di rifiuti (+3,7% rispetto al 2016).

In particolare, nel panorama europeo l’Italia è leader per il tasso di produttività nell’uso delle risorse (quanti euro di Pil si producono per ogni kg di materia consumata), per il tasso di circolarità della materia nell’economia (quante materie seconde si impiegano sul totale dei consumi di materia) e per il tasso di riciclo dei rifiuti (quanti rifiuti, inclusi l’import ed export, si avviano a riciclo internamente).

La ricerca di Ambiente Italia mostra inoltre la crescita progressiva sia dei recuperi “open loop” (cioè in altri cicli produttivi, come il vetro nell’industria ceramica, o altri materiali nell’industria edile), sia i ricicli all’interno dello stesso ciclo produttivo. In Italia l’impiego di materie seconde è fondamentale per molti settori manifatturieri e in particolare per la produzione siderurgica e metallurgica. Ad esempio, tutto l’alluminio prodotto nel nostro Paese, oltre 900mila tonnellate nel 2017, proviene dal riciclo.

Focus sulla gestione del ciclo idrico

Tra le particolarità dell’ultimo studio c’è poi l’attenzione dedicata all’economia della gestione del ciclo idrico, aspetto sino ad ora spesso trascurato ma pilastro teorico dell’economia circolare. Per darne un’idea in numeri: l’insieme delle attività di fornitura, distribuzione, gestione delle reti fognarie e depurazione genera un fatturato di circa 9 miliardi di euro, un valore aggiunto di 4,5 miliardi dà lavoro a 41.000 addetti.

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Influenza, quanto ci costi?

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Nov 192018
 

Una banale influenza si traduce in un “prezzo” sociale davvero imponente, che va a gravare sui conti sia del SSN sia dei cittadini. Lo dicono i freddi numeri: il costo dell’influenza stagionale equivale addirittura a mezzo punto di Pil. Una stima confermata dai dati del primo studio nazionale che ha valutato il prezzo sostenuto dalle famiglie confrontandoli con quelli sostenuti dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). La prossima stagione influenzale, che è stata preventivamente definita di intensità media, prevede cinque milioni di contagiati a cui si aggiungono gli italiani colpiti dalle infezioni respiratorie simil-influenzali di origine virale, che si fanno sentire durante tutti i 12 mesi, a differenza dell’influenza vera e propria che incide in un preciso e conosciuto periodo dell’anno.

Prezzo sociale sia per il SSN sia per i cittadini

La ricerca, condotta da Roberto Dal Negro, responsabile del Centro nazionale studi di farmacoeconomia e farmacoepidemiologia respiratoria (Cesfar) di Verona, in collaborazione con Research & Clinical Governance di Verona e AdRes Health Economics and Outcome Research di Torino, ha rilevato che il SSN spende circa 16 euro, soprattutto per antibiotici e corticosteroidi, mentre le famiglie spendono 27 euro in medicinali di fascia C a totale carico del cittadino. Complessivamente, tantissimi soldi.

I pazienti più gravi i più “onerosi”

“Per il SSN – precisa Nardini – la maggioranza dei costi deriva dalla gestione dei pazienti più gravi: il 39% della spesa è imputabile ai ricoveri, il 15% agli accessi in pronto soccorso. Per la società e per le famiglie l’aggravio maggiore è invece causato dalla perdita di denaro connessa alle assenze sul lavoro: l’88% del costo annuo di influenza e sindromi simil-influenzali deriva infatti dalle assenze lavorative, una spesa ‘silenziosa’ che passa quasi inosservata, ma che pesa sul Pil”.

Ancora pochi si vaccinano

La vaccinazione è un’arma di prevenzione ancora poco seguita dagli italiani. “I dati dello studio – spiega Dal Negro – mostrano inoltre che un quarto dei soggetti intervistati spenderebbe di tasca propria oltre 20 euro per prevenire un episodio di influenza o una sindrome simil-influenzale, anche se nel caso dell’influenza la pratica della vaccinazione, pur a basso costo per la famiglia e per il SSN, risulta ancora sottoutilizzata. Di fatto, nonostante il 70% degli intervistati consideri essenziale la vaccinazione, solo il 14% si vaccina ogni anno e circa il 60% non lo ha mai fatto”. Di conseguenza, aumentano i malati, gli assenti dal lavoro e il Pil perde mezzo punto.

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